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Amarcord Special – Intervista a Roberto Luciani

Dopo l’articolo dedicato un paio di Amarcord fa a Zap!, ecco l’intervista al grande Roberto Luciani, l’autore di questo meraviglioso fumetto della nostra infanzia. Si comincia.

 

Classica domanda di presentazione: parlaci un poco di te, i tuoi esordi, come hai iniziato e quali sono state le tue maggiori fonti di ispirazione.

 

Come di prammatica, da piccolo disegnavo e da adolescente riempivo i diari di storielline e fumettini (uno ce l’ho ancora, si intitolava Nescio Kid e gli invasori siderali, era una parodia-caricatura ambientata nella nostra classe, al ginnasio). Ma c’erano un paio di compagni con una mano migliore della mia, così mi sembrava. Mentre, in ogni classe dove sono stato, il più bravo o meglio il più creativo in italiano ero io, sempre e senza discussioni. Il fatto è che volevo fare lo scrittore, non il disegnatore. Ero sicuro che sarebbe stato così. Certi giorni lo penso perfino oggi.

I fumetti erano affascinanti, c’era da scrivere e disegnare insieme, ma non ho mai pensato di fare il fumettaro. Anche quando, verso i ventiquattro anni, sono uscito piano piano dalla confusione e ho capito che avrei disegnato, è all’illustrazione che ho pensato per prima.

Leggere fumetti era però entusiasmante. Andavo pazzo per le storie di Topolino e Paperino disegnate da Scarpa, che grande inventore! Il suo disegno era semplice, quasi elementare, però pieno di calore e perfetto nelle espressioni, e le storie erano meravigliose, ci ripensavi, te le sognavi. Zio Paperone e le lenticchie di Babilonia mi folgorò: era il divertimento unito alla poesia pura. Nemmeno il gigante Barks, che scoprii qualche anno dopo con grandissima gioia, ha mai inventato un finale così bello e originale. I primi numeri di Linus mi dettero delle emozioni nuove e strane, ma solo tre anni dopo cominciai a capirci qualcosa. Che festa, i Linus fin verso la metà dei Settanta! Lì c’era tutta la grammatica di cui uno poteva avere bisogno, maestri diversissimi come Schultz, Al Capp, Battaglia, Pratt, i vecchi Segar, i deliziosi sottovalutati Jansson, l’amato-odiato Crepax e cento altri. Che meraviglia. Scoprii il meccanismo delle strisce, quel ritmo mi era congeniale. Io ho sempre amato il fumetto d’autore, sono un maledetto aristocratico, ma da piccolo adoravo Superman (anzi Nembo Kid: che belle storie, quanta ironia e inventiva!) e perfino Blek Macigno e il Piccolo Ranger, che compravo a scatola chiusa, nelle famigerate buste sorpresa. Per un periodo mi piacquero anche Kriminal e Satanik, malsani e violenti, ma in fondo, per quei tempi bacchettoni e asfittici, erano quasi un refrigerio. Mi hanno sempre annoiato invece Diabolik e Tex, non so che farci. Quanto ai Marvel, mi parevano delle baggianate. Da grandino, in un Corrierino di mia sorella, lessi quasi di nascosto le storie di Valentina Mela Verde. Ricordo una lunga avventura del Cesare detto il Miura in vacanza con la moto sul Po. Era stupenda, diversa, speciale. Grazia Nidasio è uno degli autori migliori del mondo. Da tutti questi grandi e da molti altri ho cercato di assorbire soprattutto l’eleganza nel raccontare. Anche se non credo proprio che Zap! fosse un fumetto ‘elegante’.

Quando leggevo succedeva questo: capivo istintivamente la struttura della storia, i dialoghi, gustarli non toglieva che potessi anche radiografarli per imparare qualche segreto di fabbricazione. Per il disegno era diverso, ne godevo a un livello più ingenuo, esterno, imparavo meno. Così ho dovuto sgobbare molto di più per imparare a disegnare a modo mio.

 

Com’è nata la collaborazione col Corriere dei Piccoli?

 

Lavoravo come illustratore da più di dieci anni, spesso nel settore dei cosiddetti educational, allora un po’ agli albori, e in alcune di queste pubblicazioni avevo usato il fumetto: strisce comiche o storielline. I contenuti erano più o meno direttamente educativi, ma cercavo di affidarli al racconto puro, di fare cose divertenti di per sé. Al solito, la sceneggiatura mi veniva facile mentre per il disegno avevo più difficoltà, ma la gente lo trovava efficace e divertente, insomma funzionava. C’è chi se ne ricorda ancora oggi. La mia vecchia amica Patrizia, uscita da Fatatrac (dove avevamo cominciato insieme a tanti altri, oggi autori affermati, editor o manager editoriali) aveva fondato una casa editrice a Milano, che si chiamava Carthusia. Cominciai a lavorare per lei, e dopo poco Patrizia mi disse che era in trattative col CdP per una storia educativa, da fare a puntate. Lei conosceva bene i miei fumetti per il settore, sapeva che ero abbastanza esperto, così mi chiese se me la sentivo. Me la sentivo eccome. Era il 1989, il Corrierino stava festeggiando i suoi cento anni.

 

Come ti è venuta l’idea di Zap!?

 

Patrizia mi chiese di immaginare una lunga storia a puntate, da ambientare via via nei vari ambienti naturali della terra: ci dovevano essere il bosco, la savana, la montagna, il deserto e così via. Mi disse di pensare a due ragazzini, fratello e sorella, e a un animale che fosse un mix di altri animali. Questo era tutto. Avevo la massima libertà, perché i contenuti ‘educativi’ erano affidati a schede esterne alla storia. Chiamai il ragazzino Eppe come Eppe Ramazzotti (mi era rimasto impresso un suo libro sulle pipe), la ragazzina Dida (come la sorella bona di un compagno di liceo) e quanto all’animalino… Venne fuori alla svelta, gli feci un musetto e codino di maiale, zanne da cinghialetto, alucce da angelino, piedi da uccello, orecchie da coniglio.  Lo feci blu per maggior surrealismo e lo chiamai Ravanello per la forma della testa. Venne tutto spontaneo, facile. Non sapevo nulla di lui, era chiaro solo che aveva dei poteri misteriosi e che era una specie d’orfano. La parola mamma (l’unica che sapeva anche pronunciare) lo faceva piangere a dirotto, così era quasi sottinteso che il suo capriccio di trasportare i due ragazzi in giro per il mondo, da un ambiente all’altro, aveva a che fare con la ricerca sempre delusa di questa mamma. Come titolo generale scelsi Zap! perché mi sembrò il suono adatto per accompagnare il teletrasporto dei nostri amici. Da qui il verbo ‘zappare’, cioè trasportare qualcuno nello spazio-tempo. Cominciò così, e andò avanti per due anni e mezzo circa, se ricordo bene. Ero felice di pubblicare su un giornalino così storico, insieme ad Altan e alla Nidasio. Purtroppo il CdP era già in piena decadenza.

 

Per chi non avesse avuto la fortuna di leggere questa bellissima saga o, come il sottoscritto, ne ha letta solo una parte: la storia in breve.

 

Eppe (ingenuo e svagato, modellato sul mio nipotino Daniele) e Dida (più responsabile e consapevole, un po’ facile alle cotte) trovano una sera, sotto il letto, uno strano animale blu, che chiamano Ravanello. Ravanello è come un bambino di due anni: ingordo, incosciente, capriccioso, dispettoso e vendicativo, ma tenero e bisognoso di affetto. Eppe lo adora all’istante, Dida lo guarda più con sospetto. Pensano che sia scappato dal circo, e decidono di riportarcelo, così di notte, anche perché Ravanello frignando come una sirena fa capire che vuole la sua mamma. Durante il tragitto qualcuno pronuncia la parola ‘bosco’, e Ravanello trasporta tutti quanti in un bosco della Francia. Qui si fa conoscenza con una specie di bizzarro guardiano del bosco in lotta con degli speculatori edilizi. Accadono delle avventure un po’ soprannaturali e mentre la storia si risolve, qualcuno pronuncia la parola ‘montagna’ e Zap! eccoci tutti in alta montagna, nel Caucaso se ricordo bene. Altre avventure, altri personaggi, poi ancora zap e nuovi scenari ai quattro angoli del mondo, dall’Africa all’Australia all’Oceania (dove Dida si incotta di un ragazzo hawaiano), perfino in Antartide. Ogni avventura durava quattro puntate di quattro pagine l’una (nella serie successiva diventarono tre puntate di cinque pagine), e introduceva almeno un personaggio nuovo, a volte amico altre volte ostile. Ogni volta, scopo dei ragazzi era cercare di convincere il loro animaletto a riportarli a casa, ma finivano sempre nei guai. Ravanello infatti faceva da elemento perturbatore e destabilizzante, anche se risolutivo. Nella foresta amazzonica, per esempio, beve la gomma che cola dagli alberi e diventa gommoso, attorcigliandosi ai rami e rimbalzando dappertutto, ma alla fine salva i ragazzi gettati nella cascata dagli indios. Disegnare queste gag era molto divertente, come pure giocare sulle espressioni innocenti o malandrine di Rava. E col tempo il disegno dei personaggi si definiva, acquistavano da sé caratteristiche più stabili. Ravanello per esempio all’inizio aveva orecchie molto più lunghe e la testa meno tonda.

Dopo una decina di avventure, Eppe Dida e Ravanello tornarono a casa (credevano di essere stati via per mesi, invece non era trascorso nemmeno un secondo), ma la storia non finì. Patrizia si era accordata con la direttrice del CdP per una seconda serie, stavolta basata non sulla geografia ma sulla storia. Così pensai che era tempo di introdurre altri personaggi fissi: l’impresario di circo Gratteri (avevo preso il nome da un mio antico compagno di scuola) e il suo tirapiedi Lisca. Il mellifluo, avido e astuto Gratteri convince Eppe e Dida che Ravanello è scappato dal suo circo, e lo rapisce per esibirlo come mostro da baraccone. Ma i due se lo riprendono, e nel corso di una colluttazione Ravanello zappa tutti nella preistoria. È l’inizio di un’altra lunga peregrinazione, stavolta nel passato (Egizi, Greci, Romani e poi Medioevo, Rimascimento, Ottocento ecc.) con comparsate di personaggi famosi, da Dante a Leonardo a Lavoisier e aspetti ‘d’epoca’. Per esempio, nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale i nostri finiscono in un’acciaieria di Sheffield, a lavorare come schiavi-bambini, mentre nella New York della Depressione Gratteri dirige uno speakeasy e i ragazzi vendono giornali nel Lower East Side. Il fatto è che Gratteri ha strappato il codino a Ravanello e siccome dove va l’animale va anche la sua coda, i ragazzi non riescono mai a liberarsi del perfido impresario, che ogni volta le studia tutte per arricchire imbrogliando e rubando. A un certo punto movimentai le cose facendo diventare tutti amici: ma mentre Lisca si affeziona veramente ai ragazzi, Gratteri finge e resta carogna fino in fondo. Mi piaceva la commovente ingenuità e purezza di cuore dei ragazzi, ai quali mi ero molto affezionato, di fronte allo spregevole opportunismo del grassone Gratteri. Nell’ultima puntata Dida chiede a Ravanello di liberarsi per sempre dall’intruso mandandolo nel passato di un solo minuto.

Zap! finì così, dopo circa 400 tavole, alcune copertine e vari siparietti di servizio.

 

Quanto tempo dedicavi a quest’opera? Portavi avanti anche altri lavori nel frattempo?

 

Credo di ricordare che ogni episodio (quattro o cinque tavole) mi prendesse da un giorno e mezzo a due giorni di lavoro. Scrivevo prima la puntata facendo contemporaneamente un rapido schizzo a matita di come avrei impostato la pagina e le vignette, su foglietti formato A5. Poi disegnavo direttamente su cartoncini Fabriano, uno per pagina, con una mina HB. Infine ripassavo a pennarello nero: uno 05, uno 03 per i dettagli e uno Stabilo più grosso per i segni spessi, più un Pentel a punta grossa per le campiture. Poi focopiavo tutto e con pennarelli colorati indicavo i colori da applicare per la stampa, perché se ne occupava il CdP. Era un grande risparmio di tempo per me, ma i risultati erano approssimativi e pieni di errori. Del resto anche il mio disegno risentiva a volte della fretta. Altre volte era piuttosto accurato. Disegnando la prima puntata di ogni episodio avevo vagamente in mente cosa sarebbe potuto succedere nelle successive, ma era solo al momento di scriverle che tutto prendeva forma e magari cambiava direzione. Così le cose erano molto spontanee.

Il resto delle settimana era dedicato ad altri lavori editoriali, ma finché ho fatto Zap!, credo, non ho disegnato altri fumetti. Ma forse sbaglio: ho fatto anche una storia per il mensile Snoopy, 12 puntate, si chiamava ABCee.

Una parte del tempo dedicato a Zap! se ne andava nel documentarsi. Leggevo libri e guardavo foto sugli ambienti e i periodi di cui avrei dovuto parlare. Stavo molto attento ai dettagli, alle situazioni. La documentazione mi serviva anche per trovare idee e gag, come quando Ravanello viene usato da Gratteri, nella Firenze medievale, come chimera miracolosa, o quando Dida convince lo scienziato Lavoisier, nella Parigi del Terrore, a collaborare parlandogli maccheronicamente di ossigeno e idrogeno, e ricordandosi poi di aver letto che il poveretto perderà la testa sulla ghigliottina. Avevo anche la fissa delle lingue e degli alfabeti stranieri più o meno reali, che imperversavano a ogni cambio di scenario, finché Ravanello non si decideva a ‘tradurre’ per tutti afferrandosi un orecchio. A volte devo avere anche esagerato con questa ‘filologia’. Avevo un modo di giocare con queste cose molto meno raffinato di Goscinny-Uderzo, e magari un po’ cervellotico! Però una certa atmosfera misteriosa e strana mi è sempre piaciuta nei fumetti.

 

Perché la pubblicazione era così altalenante?

 

Ah, saperlo! Non dipendeva da me, anche perché io avevo interesse a essere pagato più regolarmente possibile! Ogni tanto Zap! rallentava o spariva addirittura, una volta per mesi, mi pare. Io mordevo il freno. La gestione del CdP era strana, meglio non parlarne adesso. Avevano i loro piani immagino. So che a un certo punto Ravanello è comparso in una specie di storia collettiva della Terra, io disegnai appunto la prima puntata, l’origine dell’universo. Poi ci furono alcune puntate strane di Zap!, di interregno per così dire (ma mi divertii molto a disegnarle), nelle quali i personaggi erano finiti nel Nulla perché Ravanello aveva preso una curva troppo stretta nella spirale del Tempo. In quelle puntate (non ricordo proprio perché fossero necessarie, per prendere tempo forse) si scopriva che Ravanello era un Saltafossi, qualunque cosa fosse. Avevo intenzione di approfondire la questione in una terza serie, che però non si fece mai. Devo avere ancora il progetto da qualche parte. Del resto il CdP poco dopo cambiò nome (da Corriere dei Piccoli a Corrierino, lo gestivano gli amici del gruppo Struwwelpeter, e pubblicai anch’io dieci puntate di una storia nuova, Zenzero), poi chiuse i battenti e amen.

 

Cos’era il progetto Carthusia, al cui nome sembravano essere legati altri tuoi lavori sul Corrierino (es: la guida Viaggio nel Parco)?

 

In calce a ogni puntata compariva la scritta Progetto: Carthusia. Significava semplicemente che la casa editrice Carthusia era autrice del progetto Zap!, che comprendeva, a parte il fumetto, vari apparati didattici, per esempio sugli animali e le piante degli ambienti visitati nelle avventure, o sui popoli e i costumi ecc. Questi apparati erano curati da altri. Carthusia aveva metà del copyright di Zap!, anche delle tavole a fumetti, che pure erano esclusivamente scritte e disegnate da me.  Anche per questo motivo, Eppe Dida e Ravanello sono comparsi in pubblicazioni extra-Corrierino, targate Carthusia: una di educazione alimentare e una sulla allora Comunità Europea. Anche se con un taglio meno magico, cercai di disegnare queste storie in modo sempre appetibile e divertente. Viaggio nel Parco però non c’entrava col Corrierino, né con i personaggi di Zap!. Per Carthusia ho lavorato come illustratore per vari anni. Per un po’ Carthusia progettò insieme a Glénat Italia di pubblicare tutto Zap! in volume, ma la cosa si arenò.

 

Guardandoti indietro, cosa pensi dei tuoi lavori, in particolar modo della saga di Ravanello, e cosa eventualmente rifaresti?

 

In generale penso che fosse un buon fumetto, con molte gag, buone trovate, personaggi riusciti e sceneggiature estemporanee ma ben fatte. Non volevo che fosse una lettura usa e getta, volevo che potesse farsi leggere e rileggere tante volte, mi sarebbe piaciuto ‘stregare’ i lettori. Un’ambizione poco originale, ammetto. Rivedendolo, ci sono alcune cose che cambierei volentieri: certi errori di disegno, certe tavole frettolose. Per esempio, l’avventura a Milano con Leonardo da Vinci era carina, ma disegnata troppo alla svelta. E come ho detto, devo aver esagerato con certi giochi di parole. E i colori, l’esecuzione dei coloristi era spesso grossolana e piena di difetti, ma immagino che anche le mie indicazioni non fossero a volte il meglio del meglio. Zap! non era un fumetto veramente raffinato, ma aveva forza , humor e carte da giocare. Se oggi riprendo in mano un episodio qualunque, la sceneggiatura fila bene, mentre i disegni oscillano. Se c’era una cosa che mi mancava, era proprio la continuità grafica di un Carnevali, per esempio, che sul CdP disegnava i Ronfi. Ma tant’è, anche questi difetti facevano parte della personalità di Zap!.

 

A cosa lavori adesso?

 

Lavoro molto negli educational, da molti anni sono infatti progettista e consulente per Giunti Progetti Educativi, è un ruolo perfetto per me, ed è un lavoro che conosco molto bene. Scrivo e disegno questo tipo di libri, e faccio l’illustratore per la normale narrativa. Sono molti anni che non faccio più fumetti, l’ultima storia organica si chiamava Doc l’Immortale, una specie di parodia divertente (anche se il tema, molto sottinteso, era la prevenzione dell’AIDS). Era una bella storia, un pastiche per ragazzi grandi, adolescenti, distribuita dalla Regione Toscana. Piacque moltissimo, e a pensarci doveva non poco alle meccaniche di Zap!. Il guaio dei fumetti è che richiedono molto lavoro, hanno bisogno di soldi, dedizione e tempo.

  

Che tipo di fumetti leggi? Quali sono gli autori che ti ispirano di più, anche negli altri campi (letteratura, cinema, arte, ecc…)?

 

Oggi non leggo mai o quasi mai fumetti. Ho perso interesse, senza un vero motivo, verso i venticinque anni. Ogni tanto butto un occhio, diciamo. E al solito sono attratto poco dal fumetto più industriale e più da quello d’autore. Oggi Gipi è quasi imbarazzante –come lo fu Pazienza- per bravura personalità e libertà espressiva. Uno di quegli autori da cui ti devi guardare, perché ti influenzano fatalmente. Detesto i manga, ammetto che non capisco come i giapponesi possano disegnare tutti con lo stesso stile, storie per bambini o porno per adulti allo stesso modo. Mi deve sfuggire qualcosa. Oggi ci sono tantissimi ottimi autori, ma molto di rado mi danno le stesse emozioni, che so, di Winsor McCay, il disegnatore più bravo della storia, con l’eccezione forse di Moebius.

 

E cosa fa Roberto nel tempo libero?

 

Suona una Martin D1. Guarda vecchi film, anche parecchie volte. Una volta ogni cinque anni scrive roba, ma non gliela pubblicano. Con due amici realizza ogni tanto compilation di rarità musicali raccapriccianti, intitolate Solchi Scellerati. Da un po’ di tempo viaggia volentieri.

 

Per chi ha avuto la fortuna di leggere Zap!: cosa pensi di aver lasciato ai lettori della saga? E non essere modesto!

 

Domanda da girare a voi lettori. Da quello che sento adesso che siete cresciuti, penso di aver fatto passare a qualche bambino dei bei quarti d’ora di divertimento e fantasticherie. Sapete, quella sensazione impagabile di quando ripensi sempre a qualcosa che ti ha colpito e nutrito in modi misteriosi ma luminosi, e dentro di te ci abbini qualcosa di tuo, di altro, di personale. È come aver ricevuto un tesoro e immaginare come impiegarlo. Mi piace pensare che sia così.

 

E per finire, Roberto ci ha gentilmente omaggiato di un disegno originale del protagonista della nostra storia, Ravanello: ecco quindi le sembianze del buffo animaletto che ci ha accompagnati in questa bellissima avventura. Colgo l’occasione per rilanciare di nuovo l’appello, a qualsiasi possessore di vecchi numeri del Corrierino con le storie del vecchio Rava, di contattarmi e mandare qualche immagine delle tavole in tutto il loro splendore.

 

Ciao, Roberto, e grazie di cuore!

 

Grazie mille a te, e auguri per tutto quanto.

 

Giuseppe A. D’Angelo

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