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Dal reality Avetrana al delitto Rea: il ruolo della tv

Non c’è dubbio che l’omicidio di Sarah Scazzi rappresenterà un importante spartiacque nella storia futura della cronaca italiana, soprattutto per la valenza mediatica che ha avuto per diverse settimane, e che sèguita ad avere ancora oggi a distanza di oltre un anno. I ripetuti colpi di scena che questa storia sta riservando, anche e soprattutto per il protagonismo dei suoi ‘attori’, hanno contribuito a determinare un interesse esagerato da parte dei media. Interesse che, per inciso, a questi livelli non si ricorda per nessuno dei grandi delitti avvenuti in Italia negli ultimi 10 anni. Non c’è stato, infatti, lo stesso clamore per gli omicidi di Chiara Poggi e Meredith Kercher (compresa la tanto discussa assoluzione di Raffaele Sollecito e Amanda Knox), e a ben pensarci anche i delitti di Novi Ligure e Cogne (plastico incluso) sono stati ampiamente superati per quanto riguarda il racconto intensivo della dinamica.

La famiglia Misseri ha alimentato l’attenzione morbosa dei mezzi di comunicazione dandosi letteralmente in pasto ai giornalisti, ai quali quindi non è parso vero di poter realizzare ciò che hanno effettivamente realizzato, cioè uno ‘scoop continuo’, del quale la clamorosa autoaccusa di Michele Misseri rappresenta solo il principio. È soprattutto questo il motivo per cui, sul piano cronachistico, tale caso ha ricevuto uno spazio eccessivo rispetto a tutto il resto. Una cosa è evidente dopo il delitto Scazzi: ormai siamo tutti “intrisi” di televisione, “fatti” di tv. Sabrina e Michele Misseri erano due telespettatori come tutti quanti gli altri: non erano due massmediologi né due giornalisti, né tantomeno addetti ai lavori che comunque operano all’interno del piccolo schermo. Eppure padre e figlia hanno dimostrato di conoscere bene i meccanismi della tv, pur non standoci dentro. A prescindere dalla loro colpevolezza, sapevano che potevano ‘recitare un ruolo’ per cercare di accattivarsi l'opinione pubblica (si pensi alle lacrime sia di Michele sia di Sabrina). Questo è un primo punto di riflessione, ma ce ne sono ovviamente altri. Come, ad esempio, l'ipocrisia della stessa tv. E ciò ci porta a parlare del turismo dell'orrore (che c'è stato anche a L'Aquila con il terremoto): scandalizzarsi per le ‘gite fuori porta’ sui luoghi dell'omicidio è stato assolutamente sciocco, visto che per giorni e giorni tutti i talk show hanno parlato di Avetrana e del suo ‘contesto sociale’. Come minimo, dunque, bisognava aspettarsi la reazione collettiva che c’è poi stata.

Ma il ‘reality Avetrana’, come giustamente è stato ribattezzato, si è esplicitato anche attraverso il celebre ‘annuncio’ di Federica Sciarelli: fu lei, durante “Chi l’ha visto?”, a comunicare in diretta alla mamma di Sarah che sua figlia era ufficialmente morta. Al di là del cattivo gusto di questo gesto, il pubblico è stato messo di fronte a un tempismo incredibile, grazie al quale la tv è entrata direttamente nelle vite delle persone, scandendone modi e ritmi. La povera Concetta Serrano, dal canto suo, ha fatto un altro uso della televisione, più misurato: se n'è infatti servita solo per fare gli appelli affinché la figlia scomparsa venisse ritrovata. Appena la questione si è esaurita, è saggiamente scomparsa. Cosa è successo subito dopo? Ci sono stati i delitti Gambirasio e Rea. Il processo di spettacolarizzazione della vita, e soprattutto delle tragedie private, è ormai avviato e sembra inarrestabile, ma anche in questo caso ci sono state due risposte diverse: mentre nel caso di Melania siamo di nuovo spettatori di un macabro teatrino (le reclute della caserma e i tradimenti di Salvatore Parolisi), nel caso di Yara è stato impedito da subito che il dramma si trasformasse in farsa. Si pensi all’ordinanza del sindaco con la quale fu vietato alle telecamere di oltrepassare una determinata area, ma anche al comportamento dei genitori della ragazza, che hanno scelto di tenersi alla larga dai riflettori: un atteggiamento esattamente opposto a quello del ‘reality Avetrana’. Concludiamo dicendo che, nel quotidiano, il racconto della morte ci può anche stare: piaccia o no, fa parte della vita. È importante, però, non superare il limite, e i fatti hanno dimostrato che troppo spesso questo parametro non è stato rispettato.