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E poi una frase di senso compiuto.

Perché lavoriamo? Qual è il significato del lavoro? Come deve essere organizzato il lavoro? Sono solo alcune delle domande che si pongono coloro che sono occupati in forme ormai varie e in contesti sempre meno omogenei, alle quali la comunità scientifica ha cercato e cerca di dare risposta. Appagato, almeno in parte, d’aver potuto riflettere su l’esercizio professionale, durato sette lustri abbondanti, ricoprendo ruoli di crescente responsabilità, ed aver visto emergere quel tacito agire non espresso con parole, ma facilmente desumibile da altri indizi e concretezza dei fatti, è d’uopo perseverare nel proposito di incitare la creatività.

Una creatività che possa produrre nuove idee: «creatività e cultura costituiscono il pilastro della qualità sociale». Queste conoscenze, esportate dal laboratorio al campo di applicazione, scontano una distanza in termini di condivisione di metodo oltre che di impostazione concettuale: le posizioni riduzionistiche spesso hanno prevalso sulla complessità lavorativa. «In questo senso il riduzionismo può essere inteso come un'applicazione del cosiddetto "rasoio di Occam", secondo cui non bisogna aumentare senza necessità le entità coinvolte nella spiegazione di un fenomeno».

Dare uno scopo alle proprie letture ed orientare la riflessione verso la ricerca e la creazione di relazione, corrispondenza o connessione, possibilmente reciproca, con altri interlocutori è stata e resta la meta. Fare considerazioni originali e pertinenti, d’incitare la creatività, d’incoraggiare le iniziative di riabilitare il senso primario dell’agire politico e di promuovere la cultura come vettore d’emancipazione, non può rientrare nelle mie competenze, ma può vedermi interessato. La creatività è strettamente legata all’originalità, la creatività e qualcosa di nuovo che nasce spontaneamente, altrimenti c’è già il conosciuto, il già fatto che viene portato avanti, il ripetere che diventa rassicurante e non riserva mai sorprese.

Il gioco come formazione estetica. Premessa: Giocare, un po’ sognare. «La stessa radice della parola illusione è quella del gioco: vuol dire... appunto stare – nel – gioco. Il gioco, come l’in-lusio, è una trasformazione del reale in una connessione ipotetica, senza pretese di oggettività: che si allontana dalla realtà, non la trascende. Non dà il senso della realtà, non è questo il suo pregio; ma costruisce il futuro, l’azione. Non c’è progetto di vita o di politica senza una componente d’in-lusio a darle lena, a far vedere amico quel mondo che fin da tempi antichissimi suscita invece lamentazioni». Vorrei continuare a giocare. È guardare le cose da un proprio ostinato punto di vista, con l’ottimismo di chi sa di essere padrone del gioco, e cerca l’appiglio per interpretare il mondo in modo comprensibile – mentre non è facile

 

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