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Flaminia parrini | altri suoi testi nel blog
dal 4 al 6 ottobre 2012 in Fiera Milano Rho

La fiera leader in Europa della comunicazione visiva propone materiali e prodotti personalizzabili per riqualificare qualsiasi ambiente anche con budget ridotti e rispondere ai bisogni di un cliente sempre più esigente. L’edizione 2012 di VISICOM ITALIA si presenta come un appuntamento da non perdere per architetti, designer, progettisti, restauratori e non solo operatori della comunicazione.  

Milano, 13 settembre 2012. L’appuntamento con l’innovazione sarà dal 4 al 6 ottobre 2012 in Fiera Milano Rho con VISCOM ITALIA 2012, la fiera che riunisce tutta la filiera della produzione e della distribuzione della comunicazione visiva. L’innovazione tecnologica ha trasformato le modalità di espressione di tutto il settore: Insegnistica, Cartellonistica, Stampa Grande Formato, Serigrafia - Tampografia - Ricamo - Incisione - Fresatura - Laser – Packaging - Labelling Digital Signage - P.O.P. sono diventati strumenti duttili e facilmente personalizzabili in grado di venire incontro alle esigenze di molteplici settori, dall’arte all’architettura, dal restauro alla decorazione di interni, dai beni culturali al retail e al punto vendita per finire con la moda e il design.  Da questo punto di vista si apre un nuovo scenario che abbraccia, non solo il settore pubblicitario ma anche molteplici comparti del mondo industriale grazie a tecnologie e applicazioni in grado di personalizzare prodotti e ambienti mettendo nelle mani di progettisti, designer, architetti, restauratori una creatività a 360° per giocare con tradizione, tendenza e tecnologia.

Talento, creatività, competenza progettuale, sono valori che hanno contribuito a fare dell’Italia il leader mondiale nella sfera del design. Ed è Milano la città simbolo in cui convergono le energie dei professionisti che attivamente hanno contribuito all’evoluzione e alla promozione di questo fenomeno. Qui è nato e si è sviluppato il DNA del design italiano, qui nascono linguaggi, tendenze e strategie, qui si formano i progettisti e i creativi del futuro. Non poteva essere – dunque – che Milano il luogo più appropriato per dare vita a un nuovo appuntamento fieristico internazionale all’interno della prossima edizione di Viscom ITALIA per presentare, in anteprima, un palcoscenico di soluzioni vincenti per ridisegnare il mercato del design internazionale.

Designer, architetti, arredatori, progettisti, restauratori retail manager avranno la possibilità, nei tre giorni di fiera, di vedere e toccare dal vivo queste innovative applicazioni per apprendere come realizzare e trasformare le superfici in un grande potenziale comunicativo e progettuale, riconvertire sistemi d'arredo preesistenti in rinnovati elementi scenici e funzionali. Avere elementi grafici stampati che permettono di differenziare e completare lo spazio dedicato, rivoluzionare le concezioni creative concependo un nuovo modello di superficie. Infine nuove grafiche e colori suggestivi per mobili, piastrelle, tende, e parquet ma anche per restaurare e rinnovare ambienti, case e punti vendita con soluzioni innovative e sempre di grande impatto visivo.

 

Sono tante le occasioni offerte da VISCOM ITALIA 2012 per questi operatori: dalla Viscom Boutique, un vero temporary shop dove esplorare le soluzioni più trendy per comunicare e rinnovare i punti vendita, ai numerosi appuntamenti del Viscom Forum volti ad approfondire quali sono i vantaggi che offrono le più recenti tecniche di stampa e di recovering per il decoro di interni, le tecnologie multimediali per comunicare il punto vendita e la gestione del colore nella fotografia e il 3D fotorealalistico per promuovere il proprio brand. Durante i Viscom Lab si potranno invece vedere “dal vivo” le tecniche di decorazione murale, di stampa serigrafica ad effetto su tessuti e altri materiali. E ancora, nell’area Viscom Awards saranno esposte le migliori soluzioni per il punto vendita, presentate dal concorso D.I.V.A., frutto delle idee e dell’impegno congiunto di creativi, industria della marca e professionisti del retail.

In più, per VISCOM ITALIA 2012, Material Connexion Italia ha preparato una nuova gamma di inchiostri, pigmenti, adesivi, pellicole, fogli, pannelli, filati, trattamenti e prodotti tessili, oltre a processi e tecnologie mai utilizzati prima per la comunicazione visiva.

 

Un ricco programma di iniziative – messo a punto grazie alla collaborazione con numerose associazioni quali Aifil per l’insegnistica e cartellonistica, ALA - Assoarchitetti per il settore dell’architettura, AIPi per il comparto degli interior designer, Assofranchising per il mondo franchisor e retail, Assoprom per i produttori e distributori di articoli promozionali e pubblicitari, AssoDS per il Digital Signage e Siotec, per la serigrafia - volte ad accompagnare l’operatore professionale alla ricerca di quanto più innovativo offra il mercato. Il programma completo della manifestazione è disponibile online su: http://www.viscomitalia.it.

 

Fino al 28 settembre è possibile pre-registrarsi online e usufruire del biglietto di ingresso gratuito: www.viscomitalia.it.


VIA: flaminia parrini



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Flaminia parrini - pubblicato il 20/09/2012 - permalink
comunicazione visiva


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cristina skarabot | altri suoi testi nel blog
Sfida calcistica o economica

Dopo Grecia-Germania della settimana scorsa, che ha portato in campo l’economia tedesca contro quella appesa a un filo della piccola Grecia, ecco che in semifinale  sfideranno la squadra tedesca ben tre paesi oggetto di forti speculazioni e vessazioni da parte di questo Paese e della comunità finanziaria internazionale: il Portogallo, la Spagna e l’Italia, il cui spread con i Bund tedeschi oggi è ritornato preoccupantemente sopra quota 450. Gli Europei 2012 ci propongono quindi numerose analogie tra mondo dello sport ed economia. La sfida Germania – Grecia sembrava ricalcare le gesta  dei 300 di Leonida alle Termopili: l’esercito e l’economia ordinata e forte dei tedeschi, con bassi tassi di interesse e un debito pubblico sotto controllo, contro un piccolo paese sull’orlo del default e con una spesa pubblica folle, con diversi parametri da rispettare per rimanere nell’Euro.Sappiamo come è finita la partita di calcio, staremo a vedere come finirà quella economica. Analogamente si ripropone questa volta l’ennesima sfida Italia – Germania, una battaglia infinita dove le vicende calcistiche ricalcano la tensione economica fra questi due stati e che vede l’Italia come nazione in maggiore difficoltà dal punto di vista economico. I parametri dettati dalla Merkel sono pressoché impossibili da rispettare in assenza di una politica fiscale comunitaria e in assenza di un trasferimento dei poteri legislativi da Berlino o di progetti di condivisione del debito dei Paesi dell’ Eurozona. Ma da questo punto di vista Frau Merkel sembra non sentirci. A livello di Coaching emerge in modo palese quanto lontani siamo dal “fare squadra” a livello europeo. C’è sempre il più forte, l’individualista, quello “più bravo” che non si vuole sacrificare per la squadra, per il team. C’è sempre chi vuole comandare in senso autoritario e basandosi sulla legge del più forte invece che su quella del leader. Per troppo tempo abbiamo vissuto (parlo di noi Europei in erba)  facendoci guerra e cercando di prevaricare gli uni sugli altri. Oggi che le armi  non si usano più (almeno in Europa) dovremmo fare emergere uno spirito di team in grado di valorizzare le  caratteristiche di ciascun Paese  valorizzate per favorire una crescita comune e una maggiore competitività internazionale. Il vero leader lavora a vantaggio del team, dove vantaggi e sacrifici sono condivisi. Ma chi oggi può rappresentare il Leader dell’Europa? Nessuno oggi è abbastanza forte da prendere le redini, nemmeno la Germania. Cosa ci aspettiamo dalla sfida calcistica di giovedì 28 in campo? Di sicuro troveremo  le rivalità di sempre, ma questa volta accresciute dalla crisi profonda che la moneta unica sta attraversando. Cogliamo questo spunto di vero Coaching “politico” e “sportivo” per abbandonare definitivamente i fantasmi del passato e per abbracciare tutti insieme uno spirito nuovo di cui si parla da 60 anni ma che non può e non deve rimanere appeso soltanto a una moneta senza padrone, ma deve dar vita ad uno Stato vero in grado di prosperare.  Se ciò sembra ancora prematuro, beh, cominciamo a lavorare in questa direzione. Il ritorno ai singoli stati e alle singole monete sarebbe la vittoria dei nostri avversari e una sconfitta senza eguali per tutti noi futuri cittadini d’Europa. Naturalmente che vinca il migliore in campo e da italiano non posso che concludere con: Forza Italia!


VIA: TheNextStep



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cristina skarabot - pubblicato il 27/06/2012 - permalink
calcio economia crisi Germania Italia coaching Milano business team leadership Merkel collaborazione euro


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Viola Venturelli | altri suoi testi nel blog
La società romana di Relazioni Pubbliche premiata con uno dei più autorevoli riconoscimenti internazionali nel mondo delle RP. Ad essere vincenti l'approccio senior level e il profilo multidisciplinare del team dell'agenzia.

INC, la società romana di comunicazione guidata da Pasquale De Palma, ha ricevuto il prestigioso premio “The Holmes Report – Italian Consultancy of the Year 2012”, considerato uno dei riconoscimenti più ambiti nel panorama internazionale delle Relazioni Pubbliche.

“Siamo davvero orgogliosi di questo premio, dichiara Pasquale De Palma, Presidente e CEO di INC. Ci piacciono soprattutto le motivazioni alla base di questo riconoscimento, e cioè la riconosciuta competenza e seniority multidisciplinare dello staff e soprattutto la capacità provata di raggiungere risultati orientati al business dei nostri clienti. Una concretezza che da sempre è parte del nostro dna di agenzia. Sappiamo bene che alla base di questo successo ci sono due fattori: la fiducia che i nostri clienti ripongono in noi, e la qualità del nostro team di professionisti, la competenza, la passione e l’impegno con cui lavorano ogni giorno su ogni progetto. E soprattutto a loro va il nostro ringraziamento.”

Nell’attribuire il riconoscimento, The Holmes Report scrive: “L'azienda si caratterizza rispetto ai suoi competitors per l'elevata seniority dello staff, per il committment e la passione di un gruppo di lavoro basato sulla multidisciplinarietà e focalizzato al raggiungimento di obiettivi di business. L'anno scorso ha vinto il Global SABRE Award come migliore campagna mondiale di PR nella categoria Corporate Responsibility per “Le Chiacchiere stanno a zero. O Bevi o guidi”, realizzata per AssoBirra. Altri importanti riconoscimenti le sono stati attribuiti per la campagna di GCAP – Coalizione Italiana contro la Povertà lanciata in occasione del G8 dell'Aquila e per l'Osservatorio Europcar sugli stili di vacanza degli italiani."

Il riconoscimento di The Holmes Report arriva in un momento importante per l’agenzia romana. In un mercato reso sempre più difficile dalla congiuntura che vive l’ economia italiana, INC ha visto confermata la fiducia da parte dei clienti “storici” (AssoBirra, AIA, Negroni, HTC, Europcar, Aism, Agire, solo per citarne alcuni) e ha continuato ad acquisire clienti in nuovi mercati. Nei primi mesi del 2012 INC ha vinto due prestigiose consultazioni internazionali per la gestione delle attività di RP di Emirates e di UNHCR, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati.

Il premio verrà consegnato nella cerimonia di premiazione degli EMEA SABRE Awards (Superior Achievement in Branding and Reputation) che si svolgerà stasera, 31 maggio 2012, a Bruxelles.


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Viola Venturelli - pubblicato il 31/05/2012 - permalink
comunicazione pr the holmes report premi award internazionale


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Enrica Orecchia | altri suoi testi nel blog
Traduzione e rielaborazione del post pubblicato su PrConversations

Questo post è la rielaborazione di una recente collaborazione con il blog PrConversations,  nata quando una delle autrici, Judy Gombita, è rimasta entusiasta di un mio post sull’officina della comunicazione. Si parlava delle donne che lavorano nelle relazioni pubbliche, e avevo citato alcuni commenti suoi e di Heather Yaxley su PrConversations. Venuta a saperlo, Judy si è procurata una traduzione del post e mi ha contattato proponendomi di approfondire l’argomento per lei.
Ho avuto quindi l’onore di essere ospite su quello che è, senza tema di smentite, il più importante blog di relazioni pubbliche a livello mondiale, fondato da Toni Muzi Falconi (si chiamava inizialmente Toni’s Blog) e adesso è  condotto da Judy Gombita, Heather Yaxley e Marcus Pirchner.

La questione del rapporto numerico tra gli uomini e le donne che lavorano nelle relazioni pubbliche continua a essere un argomento di interesse. Lo dimostra una recente discussione del gruppo LinkedIn Public Relations Professionals Group, sull’argomento “Perché ci sono più donne che uomini nelle relazioni pubbliche?”

Su invito di Judy Gombita ho approfondito l’argomento raccontando che cosa significa essere una donna che lavora nelle relazioni pubbliche in Italia. In questa breve “indagine” ho cercato di identificare eventuali caratteristiche comuni tra le italiane impiegate nelle relazioni pubbliche,  valutare se ci sono differenze con le donne che lavorano in altri settori, evidenziare similarità e differenze con gli uomini che lavorano nel loro stesso ambito.

Studi italiani recenti sull’argomento

Da una ricerca condotta da Ferpi nel 2010 è emerso che nei quarant’anni di esistenza della Federazione la percentuale di donne iscritte alla Ferpi è aumentata dal 15 % al 57,4 % sul totale degli iscritti.

Molte di queste donne sono imprenditrici, altre responsabili della comunicazione in grandi aziende, non poche multinazionali.

I dati confermano quindi che nelle relazioni pubbliche le donne sono molto più numerose di quelle che lavorano in settori più tradizionali come quello legale (avvocati e notai) o tecnico (ingegneri e architetti) o nel settore medico, tutti con una rappresentanza femminile al di sotto del 50 % .

Altri dati utili provengono da uno studio condotto nel 2009 da Daniela Mian - all’epoca studentessa del corso di Relazioni Pubbliche presso l’Università di Udine - per la sua tesi di laurea, relatore il professor Giampiero Vecchiato,influente socio Ferpi. Dai risultati, resi noti nel gennaio 2011, emerge che, nel guidare un’azienda, le donne:
  • seguono criteri più rigorosi
  • sono in grado di valutare meglio il rapporto costi/benefici
  • usano l’intelligenza emotiva e l’empatia
risultando quindi più capaci di comunicare con le diverse categorie di stakeholders.
Inoltre, le manager portano avanti un modello di leadership basato sulla condivisione, la negoziazione e l’inclusione. Se la cavano meglio nel multitasking, nella gestione della complessità e nel problem solving, abilità che vengono loro dal dover tenere in equilibrio i molteplici ruoli che interpretano nella vita.
Grazie a questi punti di forza, il lavoro delle donne che lavorano nelle relazioni pubbliche si dimostra sovente a più alto valore aggiunto di quello degli uomini. Secondo lo studio, sarebbe questo il motivo per cui le donne delle rp si vedono affidare ruoli di responsabilità più frequentemente di quelle che lavorano in altri settori aziendali.
Altri risultati
Per contro, un ulteriore dettaglio emerso dalla tesi di Daniela Mian è che le donne scelgono appositamente di studiare relazioni pubbliche non solo perché è un lavoro con attività e responsabilità interessanti, ma anche perché  è una professione che meno uomini scelgono, quindi con minori possibilità di essere discriminate.
Un altro dato poco incoraggiante è che solo il 46 % dei professionisti di relazioni pubbliche tra quelli intervistati (sia uomini che donne) riportano direttamente alla dirigenza, mentre la restante percentuale occupa ranghi più bassi nella gerarchia aziendale. Questo dimostra che in molte aziende italiane le relazioni pubbliche non sono ancora considerate una funzione strategica, cioè una funzione che genera profitti. Ne consegue che, poiché gli uomini preferiscono posizioni più “influenti” (come la finanza, le vendite, il marketing), si dedicano alle relazioni pubbliche in misura minore, permettendo alle donne di trovare sul loro percorso di carriera meno controparti maschili e quindi meno ostacoli a eventuali promozioni e avanzamenti.
E’ mia opinione che le donne che lavorano nelle relazioni pubbliche condividano le stesse sfide delle lavoratrici di altri settori — prima di tutto il riuscire a tenere in equilibrio lavoro e famiglia. Come madre di una bambina di 7 anni posso confermarlo.
La minore considerazione di cui le relazioni pubbliche tuttora godono in azienda comporta che, anche in presenza di una ridotta competizione da parte degli uomini, il successo professionale delle donne è reso più difficile dal fatto che perlopiù devono occuparsi di compiti operativi o tattici.
Come possono le italiane affrontare le sfida ?
Una questione che le relatrici pubbliche devono affrontare prioritariamente è il contribuire a sviluppare una cultura della comunicazione all’interno delle organizzazioni utilizzando il valore aggiunto del loro lavoro per convincere dirigenze e proprietà che le relazioni pubbliche hanno le carte in regola per essere considerate una funzione strategica. Quando finalmente lo diventeranno, le donne che ricoprono quelle posizioni acquisiranno automaticamente più potere.
Ciò aumenterebbe anche le opportunità di lavoro al femminile, perché le aziende comincerebbero a capire che non possono fare a meno di comunicare con i loro stakeholder in maniera regolare e organizzata. Poiché le donne costituiscono la maggioranza degli studenti in comunicazione e relazioni pubbliche queste posizioni di punta sarebbero principalmente  destinate loro.
Sfide culturali
La seconda questione con cui le donne devono confrontarsi è il loro empowerment personale.
Si tratta di un problema culturale con radici antiche. Nel ventesimo secolo le italiane sono state abbastanza fortunate da avere conquistato i diritti fondamentali, sanciti da leggi, ma mancano ancora di quelli che possono essere definititi i diritti “soft”. Nello specifico del mondo del lavoro: avere una presenza che pesa quanto quella degli uomini, l’essere trattate con rispetto e considerazione e ottenere che le loro richieste siano ascoltate e soddisfatte.
L’attivismo femminista non  può farsi carico di questa battaglia. Con la protezione delle leggi (ottenute grazie alle femministe e a un sempre crescente numero di donne sui posti di lavoro) le donne devono prendersi la responsabilità di compiere loro stesse il prossimo passo avanti e lavorare ognuna in prima persona in modo da far rispettare i loro diritti sul campo, non solo sulla carta.
Sui posti di lavoro ciò è tanto più vero e necessario, mentre le donne tendono a dare per scontato che riceveranno lo stesso trattamento degli uomini quanto ad avanzamenti di carriera, opportunità formative e livelli salariali.
Perché lo si dà per scontato ?
Le statistiche mostrano, che, traditionalmente, le studentesse italiane ottengono voti più alti dei loro colleghi maschi, sia a scuola sia all’università. Di conseguenza, tendono ad aspettarsi di mantenere gli stessi risultati nel mondo aziendale. Grosso errore.
Sfortunatamente per queste giovani donne sui posti di lavoro vigono altre regole (sia scritte che non), molto meno vantaggiose per loro.
In conseguenza del tipo di educazione che le giovani italiane ricevono, sia in famiglia che a scuola, è difficile per le donne capire queste regole non scritte e quali tipi di comportamento ci si aspetta da loro. Per esempio:
  1. Alle ragazze si insegna a mantenere un comportamento quieto e riservato.
  2. Si dice loro che chiedere quando hanno bisogno di qualcosa non è un comportamento adeguato e non è femminile o grazioso.
  3. Le ragazze sono incoraggiate a essere modeste e ad adottare un modo di esprimersi indiretto, oltre che a tenere sempre un basso profilo.
Quando le giovani donne ottengono finalmente un lavoro, a meno di non avere un temperamento naturalmente diretto e audace, rirpoducono questo stile comportamentale, rinunciando a modi di fare più assertivi e diretti. Danno così l’addio a qualsiasi possibilità di avanzamento o promozione.
Al contrario, gli uomini, che hanno ricevuto una educazione diversa e sono cresciuti con ben altre aspettative, si fanno avanti e riscuotono i benefici in termini di carriera, trattamento sul posto di lavoro, ecc.
Il fattore “ragazzina”
Un’ulteriore, più sottile forma di discriminazione consiste nel trattare le donne come “ragazze” , anche nel linguaggio usato per riferirsi a loro. La cosa peggiore è che le donne stesse rinforzano questa abitudine, che limita la loro carriera.

In “Le brave ragazze non fanno carriera. 101 errori che le donne fanno sul lavoro” — un libro straordinario che raccomando a tutte le donne che lavorano di leggere assolutamente – l’autrice, la consulente americana, Lois P. Frankel, evidenzia che molto frequentemente le donne amano “essere considerate come giovani e attraenti pollastre”.

Secondo la Frankel, molte donne che lavorano preferiscono sottolineare i loro pregi estetici, piuttosto che far parlare per loro competenza, capacità ed esperienza di cui pure sono dotate. In tal modo mettono  in atto una serie di comportamenti poco professionali che le penalizzano, anche quando sono abili e lavorano bene.
Anche se la Frankel ha ritratto la situazione delle donne nelle aziende americane, ciò che scrive rappresenta piuttosto bene gli atteggiamenti di molte italiane ogni giorno sui luoghi di lavoro. Le donne a cui manca questo tipo di consapevolezza sono le loro peggiori nemiche, e sabotano anni di studio e duro lavoro per acquisire esperienza, competenza e rispetto. Appare quindi ironico, e nello stesso tempo triste,  sentire come si lamentano sul fatto che non ricevono le opportunità lavorative e le promozioni che “meritano”.
Fare passi avanti
Dipende da noi donne —italiane e di altre nazionalità—  diventare consapevoli di queste problematiche comportamentali e risolverle. Sempre se vogliano cominciare a migliorare in maniera significativa le nostre condizioni di lavoro,  in particolare riguardo alle opportunità nelle relazioni pubbliche (dove siamo più numerose che gli uomini), e contribuire a migliorare lo status di tutte le donne.
Una professionista che compie dei significativi passi avanti nel suo lavoro — si tratti di un aumento di stipendio, maggiori responsabilità, un budget più ampio per il suo gruppo di lavoro o qualunque altra cosa (purché non ottenuti alle spese di un’altra donna) — eleva automaticamente il livello di tutte le altre donne. Mi sento di lanciare questa sfida a tutte le donne lavoratrici, perché tutto questo non deve fermarsi alla funzione delle relazioni pubbliche. Nondimento, le donne che lavorano nelle relazioni pubbliche hanno un compito e una responsabilità più grandi: grazie alle nostre capacità di costruire relazioni, abbiamo l’opportunità di raggiungere vari pubblici e far pervenire i nostri “messaggi” a un’ampia varietà di destinatari. Possiamo quindi lavorare per ampliare il campo di discussione e promuovere la necessità di uguaglianza femminile in altre aree del lavoro affinché le donne siano adeguatamente valutate.
Lavorando in una piccola impresa, mi confronto giornalmente con molte delle questioni qui sviscerate. In molti casi le aziende delle città italiane di provincia considerano la comunicazione come una funzione “accessoria”, al punto che talvolta ho l’impressione che ci vorranno anni prima che ci sia un vera trasformazione. Ho però intenzione di impegnarmi a lavorare in questo senso, per contribuire alla crescita della professione delle relazioni pubbliche in Italia. Anche per questo motivo mi sono recentemente iscritta a Ferpi-Federazione Italiana Relazioni Pubbliche.
In futuro vorrei aprire la mia agenzia di relazioni pubbliche. Attualmente queste tipologie di servizi sono fornite per lo più da agenzie di grandi città. Ritengo che questo sia un ostacolo per molti piccoli imprenditori locali. Se le loro aziende riuscissero a trovare servizi di comunicazione di qualità a livello locale, tramite agenzie più piccole, potrebbero cominciare a toccare con mano quello che è il vero valore delle relazioni pubbliche e della gestione della comunicazione.


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Enrica Orecchia - pubblicato il 14/05/2012 - permalink
relazioni pubbliche donne PrConversations Ferpi Judy Gombita


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UFFICIO STAMPA KEY-STONE | altri suoi testi nel blog
In anteprima i dati chiave della ricerca KEY-STONE, commissionata dal Gruppo Vendite in Erboristeria di UNIPRO, che pone sotto la lente il mondo dei cosmetici di derivazione naturale.

 

Conclusa un’estesa ricerca Key-Stone, svolta su un campione rappresentativo di 538 Erboristerie, di cui 486 Tradizionali e 52 Monomarca, grazie alla quale si è potuto misurare il comparto della cosmesi in un canale erroneamente ritenuto "vecchio", composto da circa 5.000 negozi in tutta Italia.

Ø  SFIORATI I 400 MILIONI: Pur escludendo la vendita dei Cosmetici di Derivazione Naturale negli altri canali - come farmacie, parafarmacie, grande distribuzione ecc. - con un giro d'affari medio di 46.000 Euro per punto vendita il canale delle Erboristerie Tradizionali raggiunge i 230 milioni, cui si sommano - secondo le stime Unipro - 160 milioni dei negozi Monomarca. Per un consumo complessivo di circa 390 milioni di Euro.

Ø  TREND IN CRESCITA: Decisamente in crescita e quasi controcorrente il mercato del Cosmetici di Derivazione Naturale, che marcano uno sviluppo intorno al 2,5% nel 2011, fortemente guidati dal canale delle erboristerie Monomarca, il dato è molto confortante nonostante il settore debba ritenersi una nicchia del più ampio comparto della Cosmesi.

Ø  CANALE MODERNO E DINAMICO: Tutt'altro che antico il canale delle Erboristerie, il 35% dei punti vendita del canale tradizionale è stato aperto negli ultimi 10 anni, segno di grande dinamicità. Il fenomeno è marcato soprattutto al Nord ed è ancora più evidente nei negozi Monomarca, localizzati più spesso nei centri commerciali.

Ø  CLIENTI MOLTO AFFEZIONATI: Questo sembra essere il vero valore aggiunto di questo canale, solo il 20% dei clienti viene giudicato come “occasionale” e ben oltre il 50% frequenta il negozio come minimo una volta al mese, ciò consente di affermare che la tipologia di clienti che accede all’Erboristeria ha un approccio all’acquisto fortemente fidelizzato. La vicinanza al concetto di “prodotto naturale” e la specifica competenza degli operatori del canale rendono il legame tra cliente e negozio particolarmente stabile.

Ø  COSMETICI STRATEGICI PER IL PUNTO VENDITA: Nelle erboristerie tradizionali i cosmetici rappresentano circa il 35% del giro d'affari, a seguire gli Integratori e le Erbe, rispettivamente al 27% e 26%, e una discreta incidenza di prodotti alimentari, con un 9%. Ma sono i negozi con più alta incidenza di cosmetici nel proprio portafoglio a vantare i più alti tassi di crescita complessiva.

Ø  CIRCA 10.000 ADDETTI E AUTOIMPIEGO: Con una media di 1,6 addetti nel canale tradizionale e 2,4 nei Monomarca, la chiara organizzazione in “micro impresa” permette di affermare che il settore consente un alto tasso di autoimpiego.

Ø  ANTEPRIMA DELLA RICERCA AL COSMOPROF: La ricerca UNIPRO - Associazione Italiana Imprese Cosmetiche – verrà presentata da Roberto Rosso il giorno 11 marzo nel corso della 45a edizione di Cosmoprof Worldwide di Bologna, la fiera internazionale più importante nel settore dell’estetica e della cosmesi.

 

Commenti a cura di Roberto Rosso, presidente dell'Istituto di Ricerche Key-Stone.

Per maggiori informazioni: ufficiostampa@key-stone.it

KEY-STONE: www.key-stone.it


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UFFICIO STAMPA KEY-STONE - pubblicato il 12/03/2012 - permalink


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Massimiliano Hangler | altri suoi testi nel blog
Il caso dello Yogurt Fattoria Scaldasole

Il packaging come leva di marketing – il caso dello Yogurt Fattoria Scaldasole

Come sempre le mie visite nei supermercati di Bergamo mi danno lo spunto per un’analisi di marketing.

Negli elenchi aggiornati delle mitiche “P” del marketing compare ormai a ragion veduta il Packaging. L’imballo primario è infatti il media ultimo che parla al consumatore nel momento di acquisto (e anche dopo, come nel caso di una bottiglia di vino che troneggia a tavola).

Nel food questo è ancora più vero: la comunicazione di prodotto si concretizza in pochi centimetri quadrati, entro i quali le persone cercano avidamente l’informazione ultima per convincerli ad afferrare il prodotto che stanno valutando. Il prodotto dal canto suo ha pochi secondi per essere convincente ed entrare in sintonia con l’utilizzatore.

In assenza di altri moventi d’acquisto come le promozioni, il packaging è il nostro vessillo primario per vendere a prezzo pieno. Ma come progettare un packaging che funziona?

1 Entrare in risonanza con le persone

Dando per scontata la qualità del prodotto (in rapporto al prezzo ovviamente) che comunque non è testabile al momento dell’acquisto, rimane la confezione! In questo ambito sono 2 gli elementi principali da dosare per una comunicazione efficace:

- La grafica (iconografia, colori, font, simboli, ecc.)

- I materiali

Per mostrare come ciò si concretizza utilizzerò l’esempio dello Yogurt che acquisto di solito, lo Yogurt Naturale Biologico della Fattoria Scaldasole.

Il suddetto prodotto utilizza per colpire l’attenzione di chi come me è naturofilo, molti simboli unuversalmente associati alla genuinità:

- Arcobaleno, farfalline e coccinelle che volano per tutto il facing di prodotto

- Classicissimo contenitore per il latte contadino

- Indicazione della dicitura Bio e Biodinamica

- Lo stesso termine “Fattoria”

Fronte packaging

… e nel retro della confezione:

- bicicletta (usata dai naturofili anche nell’insidioso traffico cittadino)

- simbolo UE del Biologico

- testo descrittivo in merito all’agricoltura Biodinamica

Retro del Packaging

In più la grafica è stampata su di un involucro di carta (plastificata), che dona al prodotto un aspetto molto più naturale rispetto ai concorrenti che riportano la grafica direttamente sulla plastica del packaging.

2 Essere coerenti con i valori del marchio

Se la sera avete bisogno di suoni new age for free, o se volete dare un’occhiata a come questo brand comunica on-line, vi consiglio un tour sul sito www.fattoriascaldasole.it , per “respirare” l’origine dei valori espressi dal marchio. Il packaging in questione fa di più: educa e conduce il suo consumatore (che presumibilmente è già attento a questi aspetti), al riciclo e alla scomposizione del packaging in carta e plastica (anticipando un aspetto sempre più importante e pubblicizzato).

Tramite una linguetta rossa incuriosisce con la scritta “Apri, leggi e… ricicla!”

Linguetta pro-riciclo

La scelta del doppio materiale (carta + plastica) e il forte invito al riciclo sono unici di questo packaging nell’ambito degli Yogurt in GDO, ma il bello deve ancora venire.

3 Comunicare fino all’ultimo

Il bello del mezzo di comunicazione packaging è che inserire 1 informazione o inserirne 100 costa uguale (avviamente purché tutte rilevanti)!

In particolare stampando nel retro di etichette o sugli imballi secondari possiamo ottenere ancora un effetto “sorpresa” per comunicare ulteriori informazioni. In questo caso il brand fornisce ulteriore valore alla comunicazione, suggerendo una ricetta per preparare un “Eco-ghiacciolo” con lo Jogurt… ma non solo:

Eco-ghiacciolo

- i testi sono tratti dal sito GreenMe.it, testata giornalistica legata all’ambito Green

- E’ presente un recall al sostegno sociale di Fattoria Scaldasole verso il Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato

Conclusione

Senza nulla togliere ai packaging minimalisti e dalle corte liste di ingredienti della concorrenza, questo esempio mi sembra utile per capire come in definitiva il packaging possa e debba sintetizzare tutta la strategia aziendale in un unico potentissimo strumento di marketing.

L’unica nota dolente, a parer mio, è la mancanza dell’indicazione della provenienza del latte… mi piace immaginare che i muu uditi sul sito internet dell’azienda provengano da italiche stalle, ma non esageriamo!


VIA: Marketing Bergamo



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Massimiliano Hangler - pubblicato il 18/01/2012 - permalink
packaging comunicazione di prodotto


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Massimiliano Hangler | altri suoi testi nel blog
Caso del Teatro Donizetti a Bergamo

Avendo da poco ritrovato la passione per il teatro, mi sono recato in questi giorni per ben due volte al teatro Donizetti di Bergamo.

Trattavasi di operetta, forma espressiva valida tanto quanto un’attualissima etnografica per scrutare in disparte le vicissitudini umane. Insomma utile per esplorare ridendo gli anfratti dell’umana vita.

E’ stato anche uno spunto per dire la mia in questo blog, in merito alla gestione del cliente dal punto di vista del marketing, sperando che ciò possa essere utile agli imprenditori lombardi all’ascolto.

 

Poco prima dell'Acqua Cheta al Donizzetti

 

REGOLA N.1 – Conosci i tuoi spettatori

In generale nel tatro della vita, e in particolare nel teatro del business, è bene sapere chi ti compra. Questo aspetto si chiama segmentazione del mercato: di solito nei testi teorici di marketing c’è scritto che va fatta a priori, che bisogna scegliere ecc. ecc.

Nella realtà aziendale spesso accade che si immette un prodotto nel mercato senza aver scelto prima (è un errore, ma sia per la fretta che per i costi accade molto spesso); allora è bene sapere questa massima:

“Conosci chi ti ha comprato perché è molto simile a chi ti comprerà”

Ed ecco che abbiamo ancora la possibilità di segmentare il mercato, ma dobbiamo sapere con chi abbiamo a che fare.

Nel caso specifico, pur avendo acquistato per due persone (in due soli giorni) una somma indiscutibilmente rilevante tra biglietti, carnet e singole operette, nessuno ha cercato di scoprire chi fossimo e perché siamo tornati a frequentare il teatro Donizetti!

REGOLA N.2 – L’acquisto è solo l’inizio

Mesto mesto e con la carta di credito fumante mi sono allontanato dalla biglietteria; i miseri pezzi di carta e lo scontrino a testimonianza dell’acquisto, e il freddo vento di gennaio che sferza il volto all’uscita del teatro. Questa è stata l’esperienza di acquisto (senza nulla togliere all’elevata esperienza di utilizzo che mi godrò nei prossimi mesi, s’intende!).

Il punto chiave è che il teatro non ha fornito a noi clienti nessuna piccola gratificazione per l’acquisto ripetuto, e non ha arricchito in nessun modo la nostra esperienza.

REGOLA N.3 – Rimani in contatto con chi ha dimostrato interesse

Ho manifestato apertamente il desiderio di abbonarmi per la prossima stagione, scopredo che esiste una pletora di abbonati radicati e radicali (liberi) che automaticamente rinnovano il loro privilegio tutti gli anni. Chiedendo meglio ho scoperto che sono quasi tutti abitué over 70, i quali si sono incagliati negli stessi seggiolini da ormai 15 anni.

Ai più ciò potrebbe apparire come la miglior clientela possibile, ma non va dimenticato che anche i clienti, come i prodotti, hanno un ciclo di vita (e in questo caso lo hanno letteralmente quasi finito :-) ).

In poche parole il teatro non ha aperto nessun canale di comunicazione con il sottoscritto (nuovo e giovane cliente); potrò in futuro non essere nemmeno a conoscenza delle attività del Donizetti, e potrò decidere di andarmene a zonzo per tanti altri divertimenti alternativi snobbando la bella arte…

Un po’ di idee per il marketing del Donizetti derivate dalle 3 sacre regole di cui sopra:

In questo blog voglio essere propositivo, e senza nessuna pretesa traccio alcune soluzioni che ogni attività ludica simile dovrebbe avere già implementato da tempo.

1) Dopo aver speso 15 minuti in biglietteria ne avrei spesi ancora 2 per dire al front office: nome e cognome, professione, quali spettacoli mi piacciono, dove abito, se ho famiglia e quanto frequento il teatro. Questo sarebbe bastato poi al management del teatro, raccogliendo nel tempo centinaia di dati di eprsone simili a me, per fare un’analisi discriminante per campagne di direct marketing mirato invece dei soliti tabellari che nessuno più guarda (esclusi ovviamente i totem in zona teatro che rimangono validi).

2) In molti casi il cliente si sente gratificato veramente con poco. Alcuni esempi calati nella mia esperienza di acquisto avrebbero fatto la differenza, come ad esempio: ricevere i carnet di biglietti in un piccolo astuccino personalizzato con lo stemma del teatro che desse lo status di “abitué”; o ancora ricevere una o due locandine in A3 dei principiali spettacoli scelti; o un invito per un piccolo aperitivo a fine stagione dedicato a chi ha acquistato i carnet, ma non è abbonato… o che dire di una economicissima lettera di ringraziamento perché sosteniamo il Donizzetti, che è uno dei soli 5 teatri che programmano l’operetta in Italia!?!

Tutte queste considerazioni non sono casuali: sarebbe stato l’inizio della costruzione da parte del teatro di un percorso di avvicinamento ad un mercato nuovo, giovane, e che progressivamente potrebbe sostituire gli abbonati che dipartono (per varie ragioni), facendo crescere la clientela nuova dallo status di frequentatore saltuario a quello di abbonato.

3) Infine, per l’ultimo punto sollevato: tra la tanta spam che mi arriva via mail, sarei invece felice di ricevere notizie, curiosità, informazioni qualche giorno prima in merito agli spettacoli che vedrò. Vorrebbe dire coinvolgere, formare e gratificare chi ti ha acquistato… Ma prima dovrebbero avermi chiesto almeno l’indirizzo e-mail :-) , no?


VIA: Marketing Bergamo



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Massimiliano Hangler - pubblicato il 03/01/2012 - permalink
Marketing degli eventi ciclo di vita del cliente


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Massimiliano Hangler | altri suoi testi nel blog
esempi di posizionamento

Marketing dei prodotti tipici – esempi di posizionamento

Durante una session serrata di shopping natalizio, ho trovato in Bergamo un bel punto vendita dove fare visita per comprendere le dinamiche odierne del marketing dei prodotti tipici. Si tratta di un negozio molto carino gestito da giovani ragazzi appassionati del buon cibo. Se siete pigri o non siete di Bergamo, potete supplire con il loro sito internet: Schiaccianoci

Tornando a noi: il marketing dei prodotti tipici ha subito negli ultimi 5 anni dei cambiamenti vorticosi. Nell’epoca dei gourmands e dei cosidetti “foodies” (persone giovani, con un livello alto di istruzione e con buona volontà di spesa nel cibo di qualità) si moltiplicano di giorno in giorno le piccole casscine che vogliono portare sul mercato una delle migliaia di specialità tipiche regionali (e a volte comunali) delle quali l’Italia è ricca.

Partendo per comodità dall’assortimento del citato negozio Schiaccianoci, ti mostrerò il mio punto di vista sulle varie possibilità diverse di posizionare il tuo prodotto. Ma prima un passo indietro.

COSA E’ TIPICO

Se non te ne sei accorto il tuo primo e temibile concorrente sta progressivamente diventando il supermercato. Non cullarti nell’idilliaca convinzione che “no, il mio prodotto è diverso, costa di più ed è più buono”. Se questo dolce pensiero può salvarti nel caso tu decida di vendere a profondi conoscitori gastronomici, non è così per il cliente medio.

Il proliferare sugli scaffali di prodotti IGP, DOP, DOC e così via è un segnale positivo per te (il tuo mercato cresce), ma anche un campanello di allarme.

Infatti molti marchi che vendono nella grande distribuzione usano codici visivi legati alla naturalità e al tipico, imitando i prodotti con valenze locali, posizionandosi in una zona grigia della tipicità, che spesso confonde il consumatore.

Non dare mai per scontato che il tuo consumatore sarà in grado di comprenderne la differenza: la tipicità va spiegata, raccontata, ma soprattutto provata per essere compresa.

Ma torniamo a noi e alle nostre questioni di marketing. Ti propongo come spunto di riflessione una mappa di posizionamento per decidere come presentarti al mercato:

Mappa di posizionamento nel marketing territoriale

Quelli indicati sugli assi sono secondo me gli elementi principali da valutare nel caso di prodotti tipici: il grado di ampiezza territoriale della notorietà del tuo prodotto (da notorietà “comunale” a notorietà “nazionale”) e il tipo di comunicazione che viene adottata (stile “fattoria” o stile “design moderno”).

Torniamo al famoso negozio Schiaccianoci per comprendere meglio si cosa si stia parlando… Facciamo l’esemprio del torrone. Nel negozio possiamo trovare dello squisito torrone della Torroneria e Cioccolateria Barbero: Packaging con indicazione delle medaglie vinte in passato, stile retrò, confezione metallica. Si rifà al codice comunicativo degli anni ’20 in Piemonte. Richiama una tradizione già affermata del territorio, perché può vantare un passato gastronomico legato ad un prodotto tipico comunque noto e diffuso a livello nazionale e internazionale:

Torrone Barbero

In un mercato simile, con un prodotto tipico conosciuto quindi, la storicità dell’azienda artigiana e la provenienza geografica “vera” (sul pack sono indicati via e città della premiata fabbrica) aiutano a difendersi dai prodotti presenti in GDO (Sperlari & co.), che a volte comunque sono imitiativi di questo stile; un esempio di codice visivo di questo tipo (senza nulla togliere al prodotto e alla storicità dell’azienda) è quello delle Sorelle Nurzia:

Packaging Sorelle Nurzia

Come ben si vede la comunicazione è molto simile, ma viene meno la forte caratterizzazione territoriale.

In alternativa, pur possedendo una vocazione territoriale, è possbile innovare nel codice linguistico, per colpire visivamente i gourmands che cercano un prodotto tipico, ed emergere dallo scaffale (ebbene sì, seppur aiutato dalla competenza del gestore anche lo scaffale di un negozio tipico tale rimane). Un esempio? Il Torrone Relanghe:

Torrone Relanghe

Look minimal, parla il prodotto, e mantiene un tocco artigianale. Distribuzione esclusiva in ho.re.ca. selezionata e ventata di nuovo nel look.

Un imitatore di questo stile, con gradazione più mass market? Riporto il pack del mitico Sperlari da GDO:

Torrone Sperlari

Brand a sostegno del prodotto, indicazione della materia prima a supporto di consumatori anche esteri che non conoscono la ricetta del prodotto, e bimbetto felice richiamo dell’ADV degli anni che furono. Per un consumatore estero questo è un prodotto tipico, anzi tipicissimo.

Per riassumere la mappa empirica del mercato del prodotto tipico torrone è così:

Mappa mercato torrone

Ceramente è una versione semplificata e ridotta del mercato, ma propedeutica per ragionare su come posizionare un prodotto tipico.

CONCLUSIONI

Per posizionare un prodotto tipico, le leve principali sono:

- Valutare la definizione territoriale: nel caso del torrone stiamo parlando di un prodotto che ha diverse varianti regionali e imitazioni.

- Comunicazione: si può puntare o su di uno stile casereccio retrò, o su di uno stile moderno/ricercato. Entrambi possono attirare lo stesso tipo di target, perché l’aspetto fondamentale rimane sempre e comunque la valenza intrinseca del prodotto e la sua qualità; se l’azienda ha una storia da raccontare nel segmento di mercato vale la pena di tentare questa strada (es. Torrone Barbero), altrimenti meglio distinguersi con un look accattivante e ricercato (vedi Relanghe).

Ora puoi esercitarti nel tuo mercato per comprendere dove e come posizionarti. Volutamente non si è parlato del prezzo come leva competitiva, dando per assodato che i gourmands non valutino l’acquisto principalmente su questo aspetto del posizionamento.


VIA: Marketing Bergamo



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Massimiliano Hangler - pubblicato il 23/12/2011 - permalink
Marketing prodotti tipici mappa di posizionamento


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Paola Canepa | altri suoi testi nel blog
Dal 9 al 25 Dicembre torna l’appuntamento con la solidarietà

Dal 9 al 25 Dicembre torna l’appuntamento con la solidarietà firmato Almo Nature: è la Love-Food, l’operazione solidale che raccoglie pasti per aiutare tutti i gatti e i cani poveri in Italia, Svizzera, Germania, Francia, Belgio e Olanda. La Love-Food si rinnova e in questa terza edizione si propone con una meccanica ancora più semplice ed efficace: per ogni iscritto al sito, Almo Nature donerà un pasto che andrà ad aumentare il fondo virtuale cui le associazioni potranno attingere. Grazie a tutti coloro che si iscrivono al sito, Almo Nature avrà la possibilità di intervenire con un aiuto concreto in tutte le situazioni di emergenza che si verificano sul territorio. Con il patrocinio di OIPA Italia, Lega Nazionale per la Difesa del Cane e Gaia Italia Onlus, si rafforza la collaborazione che dura ormai da tempo e che consente una presenza capillare sul territorio, così da raggiungere anche le associazioni più piccole e spesso più bisognose. Nel 2011 la Love-Food ha raccolto più di 1 milione di pasti e per il 2012 l’obiettivo è ancora più ambizioso, ecco perché Almo Nature – da sempre schierata in prima linea per aiutare gli animali – slega l’operazione dalle vendite: 1 Registrazione = 1 Pasto per un animale povero.  


Almo Nature, la marca che ama gli animali continua il suo percorso Dal Loro Punto di Vista anche con la Love-Food per distribuire ogni anno almeno 1 milione di pasti solidali. Pier Giovanni Capellino Almo Nature - Fondata nel 2000 grazie all’esperienza e all’intuito di Pier Giovanni Capellino, Almo Nature è stata la prima azienda al mondo a introdurre nel mercato l’alimento naturale per cani e gatti. Oggi, Almo Nature significa Qualità, grazie all'utilizzo di ingredienti di prima scelta e idonei al consumo umano ma non destinati allo stesso per motivi commerciali, il controllo meticoloso svolto ad ogni stadio del processo produttivo, l'attenzione dedicata a soddisfare i bisogni dell'animale ad un livello sempre più elevato; Trasparenza, con l’introduzione del Concept: quattro Label e quattro colori per spiegare e rendere trasparente la qualità di ciò che si acquista consentendo, in maniera semplice e intuitiva, di classificare i prodotti Almo Nature in base alla qualità degli ingredienti e alla tipologia di ricetta; Solidarietà, scegliere Almo Nature per il proprio animale non significa solo avere la garanzia di nutrirlo con un alimento di qualità, ma spingersi oltre. Almo Nature è la marca che ama gli animali, è pet food + almore: una dottrina nutrizionale fatta di trasparenza e innovazione, unita alla solidarietà verso gli animali e alla comunicazione attraverso l’arte. Un impegno vero dal loro punto di vista. www.almonature.eu

 


VIA: Almo Nature SpA



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Paola Canepa - pubblicato il 19/12/2011 - permalink
almo nature solidarietà love-food donare pasto cane gatto


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annalisa pisano | altri suoi testi nel blog
La Business School C Management inserisce il laboratorio “Grafica pubblicitaria”, a supporto dell’offerta formativa del Master in Comunicazione e Marketing.

Secondo Platone, l’idea è dentro di noi anche se non abbiamo incontrato nella nostra vita qualcosa che ce la rappresenti. Qualcun altro sostiene che non avevamo di certo l’Idea dell’ipod prima che Apple lo inventasse. Molti altri poi aggiungono che senza conoscere le caratteristiche tecniche dell’ipod non sarebbero mai nate tutte le successive applicazioni o le strategie pubblicitarie ad esso abbinate. Noi di CManagement pensiamo di risolvere la grande disputa offrendo ai nostri allievi del Master in Comunicazione e Marketing la possibilità di aggiungere all’offerta formativa standard un laboratorio tecnico che insegni ad usare gli strumenti di base di Adobe Illustratore e Photoshop. L’obiettivo non è diventare un grafico, web designer o foto ritoccatore, ma un traduttore simultaneo tra la lingua dell’azienda-cliente e l’ostrogoto del grafico, del web designer o del foto ritoccatore! Qual è la differenza tra un logo in jpg o in vettoriale? Dove posso trovare le immagini o i font più creativi per presentare delle bozze al mio capo o al mio cliente finale? E, dunque, quali idee posso permettermi di realizzare e quali, non avendo strumenti, devo lasciare nell’iperuranio platonico del mio subconscio?! Per rispondere a tutte queste domande, ISCRIVITI al Master in Comunicazione e Marketing - C Management www.cmanagement.it


VIA: C Management



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annalisa pisano - pubblicato il 05/10/2011 - permalink
master roma master comunicazione e marketing grafica pubblicitaria corso grafica pubblicitaria c management C Management master comunicazione master marketing business school roma


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