Musica on-line, una partita aperta
A suo tempo si è parlato molto del caso del sito Napster e poi della sua chiusura, qual è però la reale situazione dell’utenza di musica sul Web? Una ricerca in proposito è stata realizzata da I-Lab, il centro di ricerca sull'economia digitale dell'Università Bocconi di Milano, usando la metodologia della risposta multipla su un campione di 471 utenti di Vitaminic, residenti in Italia, Inghilterra e Francia.Il risultato più rilevante è che il vero appassionato di musica ama cercare nuovi brani tramite siti web, scaricando 13 pezzi al mese, per poi trasformare le sue preferenze in atti d’acquisto sia on-line sia off-line, in media 13,5 cd l’anno.
Dunque l’idea è che gli utenti, pur non rinunciando in un 32% dei casi alla masterizzazione, usano la musica scaricata come orientamento per l’acquisto.
Tutto a posto allora? Non proprio. In primo luogo infatti le major hanno continuato a vedersi sottrarre fette di mercato da una lunga serie di cloni di Napster, comunità cresciute su network come Gnutella e Fasttrack dove si condivide musica, ma anche videogame e interi film: Morpheus, Grokster, Kazaa, solo per citare i più diffusi software peer-to-peer da scaricare gratuitamente in Rete.
Tutte queste iniziative però non hanno mai avuto niente a che vedere con il business “ufficiale”, sempre in bilico com’erano fra “battaglie per la libertà” e guai con la giustizia, e mentre le major perdevano fior di quattrini nessuno dall’altra parte ci guadagnava.
A questo punto gli Internet provider hanno pensato di entrare in queste comunità per vendere ai navigatori, sempre a corto di banda, il loro accesso Adsl, tra questi Isp spicca Tiscali, che vede il peer-to-peer come un servizio capace di guidare da solo la diffusione della banda larga.
La stessa ricerca I-lab, in effetti, rivela che più del 35% degli intervistati italiani lamenta la lunghezza estenuante dei tempi di scaricamento come motivo di dissuasione al download.
Tiscali dunque si è alleato con Kazaa riconoscendogli una percentuale per ogni utente del servizio che firma un contratto adsl, l’accordo è però legato all’esito del processo che a dicembre attende il sito australiano presso un tribunale americano, davanti a cui è stato portato dai discografici Usa (Riaa) e dagli studios di Hollywood (Mpaa).
Il mercato discografico italiano ha reagito a questa possibile alleanza con condanne unanimi, a partire da quelle di Enzo Mazza di Fimi (Federazione industria musicale italiana) e Gianluca Dettori, fondatore di Vitaminic, in quanto si passerebbe da un discorso di libertà di scaricare musica ad un sistema d’accordi commerciali.
Il dibattito su come vada gestita la musica on-line resta poi in ogni caso molto vivace.
Lo stesso Dettori, la cui società gestisce, nel pieno rispetto delle norme sul copyright un catalogo composto da circa 430mila titoli, attribuisce alcune colpe alle major.
Per Dettori infatti l’industria discografica non deve combattere fenomeni come quelli di Kazaa solo nei tribunali, bisogna invece allargare l’offerta di musica digitale legale, per mettere in campo una concorrenza più agguerrita ai prodotti senza copyright. Il peer-to-peer può contare su di un catalogo vastissimo, che è poi quello dei milioni d’utenti che scambiano file, se a Vitaminic o a società simili è impedito distribuire le canzoni di un certo autore diventa ovvio che in Rete esso sia disponibile solo per vie illegali.
Dettori ed i suoi manager esprimono inoltre un certo scetticismo per le tecnologie DRM (Digital right management), soluzioni software di protezione dei contenuti digitali il cui mercato, secondo fonti IDC, dovrebbe passare dai 96 mln di dollari del 2000 a 3,57 mld nel 2005.
Queste tecnologie consentono la protezione dei pezzi tramite l’impossibilità di masterizzare i brani o grazie all’evaporazione dei contenuti dopo un periodo predefinito, tuttavia ciò contraddice il discorso dell’aumento dell’offerta e della libertà d’utilizzo di musica legale, favorendo nuovamente altre forme di fruizione.
Difficile dare un giudizio su chi davvero abbia ragione, è probabile tuttavia che la tecnologia Drm vada usata in modo intelligente e non repressivo se si vogliono evitare effetti controproducenti.
La proprietà intellettuale dei pezzi d’altra parte deve essere gestita in qualche modo e per questo anche la Siae si sta muovendo per tutelare i diritti d’autore sul Web, specie per quello che riguarda il business, sempre crescente, delle suonerie per i cellulari.
In particolare nel "Contratto di licenza 2002 sono state riviste le tariffe, i compensi dovuti dunque sono il 7% degli introiti del sito, con un minimo garantito che va da 258 a 1.549 euro al mese, per lo streaming e il download gratuito. Per il download a pagamento invece il compenso è 12% del prezzo pagato dall’utente con un minimo di 0,10 euro, mentre per i subscription models la tariffa è del 9% di ogni abbonamento o tessera prepagata.
Oggi circa 250 content provider hanno firmato l’accordo.
Mario Masi, il commissario straordinario della Siae, dichiara di essere in ogni caso molto disponibile a gestire l’evoluzione di tutto il sistema e di seguire con attenzione ogni evoluzione tecnologica che possa garantire il rispetto dei diritti degli autori. Ogni valutazione sull’effettiva utilizzazione di soluzioni, software o hardware, può però essere compiuta solo nel momento in cui la tecnologia è prossima ad essere applicata.
Come si vede dunque il panorama è composito, ci sono in gioco ingenti interessi e sono coinvolti diversi attori economici (discografici, Isp, software house), che previsioni si possono fare?
Difficile dirlo, forse però la soluzione migliore, in un paese come il nostro dove il mercato del falso è diffuso a tutti i livelli, può essere quella di gestire con intelligenza le leve a disposizione e soprattutto di spiegare in modo accurato agli utenti le ragioni che stanno alla base di ogni provvedimento restrittivo.
E’ piuttosto improbabile pensare di rimuovere ogni illegalità dal Web in tutto il mondo, più facile è invece tentare di convincere gli utenti a scegliere le soluzioni legali, ciò però può avvenire solo se queste ultime saranno competitive per completezza e utilizzabilità.
Le Major dunque possono cercare di stringere le maglie per bloccare gli illeciti ma devono capire che la repressione da sola non può nulla senza l’educazione degli utenti, meglio allora investire qualche soldo in più sulla comunicazione e sullo sviluppo di forme di diffusione musicale autorizzate meno restrittive che sui processi penali.
Si tratta di uno sforzo di intelligenza prima ancora che di capitali, staremo dunque a vedere di quale indirizzo sarà la prossima mossa.
GIANLUIGI ZARANTONELLO (http://www.gianluigizarantonello.too.it)