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Enrico Varriale: «In tv il calcio non domina più»

Enrico Varriale, presente a Pescara come moderatore del convegno “Lo sport e le sue associazioni. Un incontro per una nuova sfida”, parla della nuova fruizione televisiva dello sport, affermando un concetto importante: il calcio non domina più come un tempo. Lo si è visto alle recenti Olimpiadi di Torino 2006, che hanno riscosso ottimi ascolti, cogliendo in castagna anche la Rai che con le tariffe per gli sponsor aveva puntato al minimo salariale.

 

Varriale, perché nel nostro paese vige una vera e propria monocultura calcistica? Quando si parla di sport in tv si fa riferimento, al 90%, al pallone…

«Ma non è mica tanto vero, eh! È da un po’ di tempo che, televisivamente parlando, le cose stanno cambiando, e questo vale anche per la programmazione sportiva della Rai. Negli ultimi anni si è venuta ad avere una domanda di sport differente, che non corrisponde più solo al calcio, e questo non è certo avvenuto perché siamo diventati tutti più buoni!».

Cos’è successo, allora, secondo lei?

«Semplicemente, sono cambiati i gusti degli spettatori. Questa richiesta di altri sport, infatti, è venuta direttamente da coloro che guardano la televisione, e la Rai se n’è accorta. Per rendersi conto bene del fenomeno, basta pensare ai dati di ascolto che hanno ottenuto le Olimpiadi di Torino 2006 e le successive Paraolimpiadi».

A proposito di Paraolimpiadi, il Coordinatore del Comitato Paraolimpico, Luca Pancalli, aveva attuato una dura presa di posizione nei confronti della Rai, chiedendo maggiore attenzione da parte della tv di stato…

«Posso dire questo: è indubbio che le medaglie conquistate dalle Paraolimpiadi abbiano un valore maggiore delle altre per via di tutte le storie che si celano dietro gli atleti. Ecco, l’azienda nella quale lavoro ha saputo raccontare bene quelle storie. Semmai, è opportuno sottolineare un dato: le risorse destinate alle Paraolimpiadi corrispondono a 8.000.000 di euro in Spagna, 7.000.000 di euro in Gran Bretagna e appena 500.000 euro in Italia. C’è un dislivello incredibile. Dobbiamo riflettere su questo».

Lo sport, che la tv ha il “dovere” di raccontare, è un diritto?

«Sicuramente sì. Lo sport è importante anche per la sua valenza sociale: ha a che fare con la crescita e lo sviluppo dei bambini, con il benessere. Lo sport può e deve essere, oltre che uno strumento da impiegare per la buona educazione fisica, anche uno strumento di prevenzione. Deve costituire un vero e proprio valore per la salute del cittadino».

E quanto conta il contributo delle scuole? C’è chi vorrebbe introdurre 3 ore di educazione motoria, e chi parla della necessità di insegnanti più qualificati.

«Le scuole devono offrire il proprio contributo: hanno un ruolo molto importante nell’educazione del ragazzo allo sport. Bisogna attuare una politica sportiva con una programmazione vera ed efficace».

Lei è abituato a trattare lo sport professionistico. Cosa si prova a parlare di sport di base?

«Direi che è una boccata d’aria. Pensiamo, infatti, al calcio professionistico: in questi ultimi anni, ci ha regalato più polemiche e problemi che non cose positive. Ben venga, dunque, lo sport di base. Parliamone, anche perché si tratta di un settore dove non mancano le criticità e le difficoltà».

Lo sport di base può andare d’accordo con il Coni?

«Non è facile armonizzare il Coni e lo sport di base, anche perché bisogna fare i conti con la pressione dello sport professionistico, in particolar modo del calcio. Un esempio, in tal senso, può essere fornito da Blatter, presidente della Fifa, che se l’è presa con il G-14 e ha parlato di “guerra”. Sono segnali importanti, che la dicono lunga sugli ostacoli da superare. Sicuramente, un Coni rafforzato, con una maggiore intesa, potrebbe fare più cose anche vincendo la pressione dello sport professionistico».

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