LES FEMMES FATALES nella seconda metà dell'ottocento

Nella letteratura della prima metà dell’Ottocento le figure femminili nei romanzi sono ANGELI  ma, nella seconda metà del secolo,le EROINE sono   appassionate più demonio che angelo.

 

 

Donne bellissime, raffinate,tragiche impongono i loro desideri, causando disgrazie agli uomini che hanno la sventura d’innamorarsene (l’amore-passione, non finalizzato alla procreazione lecita che devasta perché isola, attenta alla serenità del focolare domestico, pericoloso socialmente anche per l’individuo che vive in prima persona la storia).

 

 Rappresentate anche nell’arte  dalle eroine bibliche aggressive che “fanno perdere la testa”,  come Salomé che fece invaghire di sé a tal punto Erode da riuscire a farlo accondiscendere al suo desiderio di possedere la testa del Battista, o come Giuditta che, infiltratasi nel campo nemico degli Assiri, affascinò il generale Oloferne, e, quando era sotto gli effetti dell’alcool, gli mozzò il capo.

Giuditta  I del pittore austriaco Gustav Klimt in cui la donna è ritratta con un’espressione di crudele trionfo dipinta sul volto nell’estasi però dei sensi  col cupo  fantasma della morte.

Ci sono anche le donne-vampiro dall’orrida bellezza come le Gorgoni (le creature mitologiche,mostri che causavano morte  pietrificando con lo sguardo).

 

 

 Medusa con Pegaso, Anonimo (Grecia antica) Medusa era una delle tre Gorgoni, figlie delle divinità marine Forcide e Ceto, l’unica ad essere mortale. Le Gorgoni erano descritte come creature mostruose, con serpenti sibilanti sul capo e cinti in vita, mani di bronzo e ali d’oro; esse avevano il potere di tramutare in pietra chiunque avesse incontrato il loro sguardo.

 

 

 

 

 

 E che dire delle creature verghiane di “Una peccatrice”, “ Tigre reale” e, soprattutto, della “gnà Pina”  della novella “La lupa”,

 

 

La lupa Raul Bova e Monica Guerritore

film di Gabriele Lavia

 

 

 allucinante immagine di distruttiva sensualità, donna- strega che, spinta da un’avida passione, più simile ad una forza diabolica che ad un sentimento, esercita il suo potere sullo sventurato Nanni:

"Era alta, magra; aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano. Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai- di nulla." 

 

 

E non mancano le barbare assassine come Coletta Esposito, trovatella dell’Annunziata1, che, tradita dal suo uomo, Cipriano Barca, arriva ad uccidere la loro figlioletta, finendo giustiziata nel romanzo ispirato alla Medea euripidea,

 La Medea di Portamedina”, tragica storia d’amore e sangue ambientata nei bassifondi di Napoli, opera dello scrittore Francesco Mastriani che esaltò l’aspetto più istintivo e irrazionale della donna che si lascia guidare dal  sentimento della gelosia.

E poi le donne psichicamente squilibrate, come “Malombra”, del Fogazzaro,

 

Protagonista è Marina di Malombra, bella e psicotica nipote del conte Cesare d'Ormengo, nel cui palazzo vive rinchiusa. Qui trova casualmente un biglietto scritto nei primi anni del Settecento da un'antenata - moglie infelice di un discendente del conte d'Ormengo e amante di un certo Renato - Cecilia Varrega  invitava chi avesse trovato il suo messaggio a vendicarla contro i discendenti del marito.

Il lago del Segrino, dove s'immagina ambientata la vicenda del romanzo

Il lago del Segrino, dove s'immagina ambientata la vicenda del romanzo

Puntualmente Marina che si considera una reincarnazione della disgraziata Cecilia, consumerà la vendetta, facendo morire lo zio Cesare e uccidendo lo scrittore Corrado Silla, a sua volta considerato come la reincarnazione dell'amante di Cecilia. In una notte tempestosa, Marina scomparirà nelle oscure acque del lago. Il  fascino enigmatico e il carattere patologico e distruttivo  tanto ricordano Fosca  e le  tremende :Elena Muti in “Il piacere”,  e Ippolita Sanzio, votata solo all’esperienza erotica,  nel “Trionfo della morte”, entrambe quest’ultime creature dannunziane.

Ed è proprio tra queste  che è possibile citare Fosca, l’eroina dell’omonimo romanzo dell’esponente più rappresentativo della scapigliatura milanese:

Passione d'amore è il film di Ettore Scola

 Autore del romanzo:

IGINIO UGO TARCHETTI

Fu anche poeta e giornalista.(San Salvatore Monferrato, 1839 – Milano, 1869)

Tarchetti era bello e capace di provare e suscitare grandi passioni nei cuori delle donne, ma  era incapace di gestirle

Così lo descrisse l’amico fraterno Salvatore Farina:

 

 

"Era alto, di complessione forte e gentile, aveva faccia di Nazareno, talvolta sdegnosa, per lo più mite; guardava superbamente gli uomini ignoti per paura che gli fossero avversari, ma con gli amici il suo sorriso buono si apriva alla confidenza, e sempre, sempre, io lo vidi ricercare il cielo mormorando versi di Heine, o di Shakespeare, o di Byron. ...Le donne egli le amava soltanto; troppo le amava, e perciò non poteva trovarsi bene nella compagnia di molte insieme. Una gli bastava, e a quell'una imprestava per un'ora, per un giorno o per un anno, tutta la sua tenerezza,

 Egli, al pari del Tommaseo,sorgeva a difensore della donna: qualche critico oggi lo chiamerebbe un " féministe".

 

 Era il romantico Iginio Ugo Tarchetti,: "La virtù del sacrificio e dell'amore non ha limiti nel cuore della donna" non pensando quante donne, specialmente le mal maritate, sono la rovina di giovani onesti e d'oneste famiglie: ma quante altre sventurate (è vero) sono spinte al male da noi!3

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Tarchetti non aveva che ventiquattro anni e già scriveva in una lettera:
Molte donne ho amate, molte che mi hanno tutto sacrificato, avvenire, felicità, reputazione.

 

 Nel 1863, in qualità di addetto al commissariato militare, fu trasferito a Varese; fu qui che conobbe Carlotta Ponti ed iniziò con lei una relazione sentimentale (che durò oltre un anno), molto tempestosa, malvista dal padre della ragazza che arrivò ad inseguire lo scrittore sparandogli, dopo averlo sorpreso in dialogo notturno con la figlia, e che ebbe anche un episodio  drammatico: il tentativo di suicidio della giovane.


Di quell’amore resta traccia nel lungo epistolario, con lettere traboccanti di espressioni  appassionate da un giovane Tarchetti che amava atteggiarsi un po’ a Foscolo, del quale era fervente ammiratore di qui il nome “Ugo”

 

 

Ma fu a Parma, nel novembre del 1865, quando ancora prestava servizio nel commissariato militare, prima di lasciarlo per vivere la sua esistenza da scapigliato, libera e dedita alla scrittura che Tarchetti ebbe l’esperienza sentimentale  più intensa,  con una certa Carolina, parente d’un suo superiore.
Malata, epilettica, prossima alla morte, orribilmente brutta, le sue uniche attrattive erano gli occhi grandi e nerissimi e le trecce del colore dell’ebano; con lei lo scrittore intrattenne una relazione che causò un grande scandalo, causa non estranea alle dimissioni dall’esercito.

Dell’esistenza di questa donna abbiamo la testimonianza dello stesso Tarchetti, che scrive:

Appena giunto qui quella sera, trovai quella signora che mi attendeva al braccio del medico.
Quell’infelice mi ama perdutamente…il medico mi disse che morrà fra sei o sette mesi, ciò mi lacera l’anima, vorrei consolarla e non ho il coraggio, vorrei abbellire d’una misera e fuggevole felicità i suoi ultimi giorni e v’ha la natura che mi respinge da lei.

 

Per strano destino la ragazza, prossima alla fine, gli sopravvisse, ed ogni anno, agli inizi di novembre, non mancò mai di far arrivare fiori sulla tomba del poeta, prematuramente scomparso per un attacco di tisi e tifo, il 25 marzo del 1869.

La relazione idilliaca con la  signora milanese e quella tormentosa con la ragazza di Parma confluirono  nel capolavoro di Tarchetti, il romanzo “Fosca”, pubblicato a puntate sulla rivista “Il Pungolo” e lasciato incompiuto del capitolo XLVIII, fondamentale per l’autore, poi terminato da Salvatore Farina:

…quel capitolo era, nella mente di Ugo, il solo pretesto a scrivere la Fosca; doveva essere la scena dolorosa, selvaggia, d’una notte intera passata con la protagonista isterica e brutta, a fingere l’amore, a costringere la ripugnanza a non ribellarsi, ad accettare il delirio dei sensi e a corrispondervi, ubbriaco di pena, lui, essa solo pazza d’amore”.

 

 

La trama del romanzo  è costituita dalla storia del folle sentimento di Fosca, una donna brutta e ammalata per Giorgio, un giovane ufficiale che ama, riamato, un’altra donna, Clara, sposata, dalla quale è costretto a separarsi a causa del proprio trasferimento.
Giorgio, come Ugo, è un militare, Clara, come la signora milanese, è l’amante con cui l’uomo vive l’idillio, Fosca, come Carolina/Angiolina, è una donna epilettica ed isterica, simbolo non nascosto di malattia e morte, corrispettivo femminile dello scrittore (malato di tisi), come lei tormentato dal disperato bisogno d’amare e d’essere amato.

 

 Quell’amore GIORGIO non l’ha sentito, l’ha subito soprattutto dopo che Clara lo ha lasciato per tornare dal  marito, ma la relazione imposta al giovane viene scoperta dal cugino di lei, che lo sfida in un duello.

 

 

Infine Fosca muore e Giorgio si ammala dello stesso male oscuro della donna.

 

 

Clara e Fosca sono le due donne del romanzo, ma è la seconda a dominare la scena; creature in antitesi, com’è evidenziato già dai nomi, espressione del tema del dualismo ben presente nella letteratura scapigliata (basti pensare alla poesia di Arrigo Boito, “Dualismo”, che rappresenta appunto la scissione nell’animo umano, l’anelito all’ angelico e la spinta verso il satanico, il paradiso e l’inferno, la purezza e il torbido)

 

Hanno la stessa età, venticinque anni, ma sono del tutto diverse, sono il rosa e il nero, il sogno e la realtà, la vita e la morte.

 

 

Clara, bella e fiorente,  simboleggia Eros, la  stagione della primavera presaga di promesse, la rinascita dei sogni, delle illusioni, della speranza, la serenità, la salute; Fosca, brutta e malata,  rappresenta Thanatos, il tempo cupo della malattia, la fine degli incanti, il tormento.

Ben diversa è Fosca che Giorgio comincia a conoscere dall’assenza (il suo posto a tavola è lasciato vuoto perché la donna patisce di convulsioni nervose), da segnali inquietanti (le grida …orribilmente acute, orribilmente strazianti e prolungate), dalla descrizione della patologia di cui è affetta  (è una specie di fenomeno, una collezione ambulante di tutti i mali possibili…).

Ma da quale patologia sia affetta la donna è lo stesso medico a rivelarlo a Giorgio: il fondamento dei suoi mali è l’isterismo, un male di moda nella donna, un’infermità viziosa …ha i nervi scoperti.

 

 

Sì, Fosca è isterica.

 

L’isteria era il sintomo specifico della sofferenza femminile nell’Ottocento (bisognerà attendere la fine del secolo perché si cominci a parlare anche d’isteria maschile)

 

Era un male che disorientava i medici fin dai tempi d’Ippocrate perché la sua manifestazione non lasciava tracce organiche.

 

Le cause, secondo i medici dell’antichità, erano da ricercare in un utero che agiva in maniera autonoma all’interno dell’organismo femminile, nelle forze oscure del desiderio che travolgevano e annientavano la volontà della donna, e, fino al XIX secolo i medici restarono della convinzione che la manifestazione di questo male fosse legato all’utero e al desiderio sessuale.

 

 

Oggi ne conosciamo la valenza sociologica, sappiamo che l’isterismo è mezzo di comunicazione e primitiva protesta del singolo isolato e represso che non riesce a ribellarsi attraverso canali socialmente accettati.

 

E sappiamo anche che l’isterica non è un’insoddisfatta sessuale, ma una persona carente di gratificazioni erotiche, come l’ ammirazione ed il corteggiamento.

 

 

Fosca è pure anoressica:…è della voracità di una mosca.

Fosca è anche avida lettrice, ed è intelligente: divora i libri, è un tarlo da libri, legge come noi fumiamo, … un’intelligenza robusta, fina, perspicace.

Ma, soprattutto, Fosca è brutta.

 

Così si esprime Giorgio quando, finalmente, la conosce:

Con quel volto brutto che ricorda il teschio, Fosca  è la rappresentazione della morte (ossessione dello scrittore che la sentiva aleggiargli incontro che apre e chiude il capitolo XVII con la visione dei teschi in cui  Giorgio sembra  rivedere riprodotta e moltiplicata l’immagine di Fosca 

 

Fosca è orribile nel volto, perché imago animi vultus, il volto è l’immagine, lo specchio, la porta dell’anima e se l’anima è travagliata e oppressa (un matrimonio sbagliato con un cacciatore di dote, giocatore e ricattatore, poi un aborto, infine la perdita dell'agiatezza: sono queste le cause che hanno determinato il suo male)

 

Tutto questo non può non riflettersi sul volto

 

 

E' per questo che tutta la bruttezza è nel viso, però è colta, intelligente, sensibile, ha grazia ed eleganza, è commovente nella sua fragilità e quando s’innamora di Giorgio di queste qualità si serve per, vampirescamente,  affascinarlo e attrarlo a sé in una spirale per entrambi distruttiva.

 

Nucleo centrale del romanzo è proprio il folle desiderio di Fosca (che non si rassegna all’orrida bruttezza che le nega l’amore che si ribella all’idea che la donna possa essere amata solo a condizione di essere bella) e il giogo entro cui l’uomo è costretto

 

Il protagonista parla di questa passione, ma anche di quella, idilliaca, vissuta con Clara solo  pel contrasto spaventoso che ha formato col primo, di questa voluttà crudele, causa di sofferenza fisica e dolore morale che condurrà entrambi alla distruzione: lei alla tomba, lui al collasso nervoso.

 

Così Fosca dice:

Voglio costringervi a ricordarvi di me, quando vi avrò oppresso con tutto il peso della mia tenerezza, quando vi avrò seguito sempre e dappertutto come la vostra ombra, quando sarò morta per voi, allora non potrete più dimenticarmi.

 

Fosca non è, dunque, solo un’eroina letteraria della seconda metà dell’Ottocento simbolo di malattia e morte (fantasmi sempre ben presenti nell’opera e nella vita dell’autore),

 

ma anche una figura femminile moderna, volitiva, tenace, decisa ad affermare con ostinazione il diritto all’amore, vietatole dalla condizione d’inferiorità in cui è relegata dall’orrida bruttezza e dalle disastrose condizioni della sua salute, decisa ad affermare l’anima affascinante chiusa nell’involucro ripugnantecontro il mondo degli uomini che apprezza soltanto la lusinga della bellezza del corpo.

 

Non avendo, dunque, l’arma della bellezza, per realizzare  il folle desiderio si servirà di un altro elemento: l’ossessiva violenza persecutoria del sentimento amoroso.
Fosca sarà sempre lucida sui sentimenti di Giorgio, conscia che l’uomo recita l’amore, ma con la consapevolezza che l’inganno è tutto ciò che potrà

ottenere porterà avanti il gioco delle illusioni, esulando anche dai limiti imposti dalle convenzioni del tempo (si pensi agli incontri notturni ), riuscendo infine a soddisfare l’irrefrenabile desiderio, e sarà la notte d’amore tra i due l’esasperazione dell’illusione.

 

Fosca gli ordinerà:
-Sii mio!-

Giorgio soccomberà e ammetterà:
-Non ebbi la forza di resistere.
-
Giorgio dapprima cercherà di resistere alla passione di Fosca, ma poi si troverà incatenato in un folle legame che lo farà soccombere, coinvolgendolo fino al tragico finale: il duello, dal quale uscirà miracolosamente incolume, e, come contagiato dalla "anormalità" di Fosca, il delirio che lo precipiterà nella disperazione;

 

Fosca si spegnerà, tre giorni dopo la notte d’amore, tuttavia “felice, illusa, soddisfatta” per aver appagato la sua ossessione amorosa.

 

Questo il finale nella finzione letteraria, nella realtà Tarchetti fu trasferito da Parma a Milano dove consumò gli ultimi tre anni della sua vita, tra la frenetica attività letteraria, le precarie condizioni di salute e le difficoltà economiche, morendo, già ammalato di tisi, per un attacco di tifo, in casa dell'amico Salvatore Farina  che lo aveva ospitato, senza aver scritto il capitolo finale del romanzo al quale tanto teneva.

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Tarchetti incline alla solitudine, alla malinconia, alle fantasie macabre, alla vita disordinata segnata dalla dedizione all'arte, dalla miseria e dalla malattia è un tipico rappresentante della letteratura scapigliata.

 

Il romanzo Fosca uscì a puntate su Il Pungolo nel 1869, poi in volume nello stesso anno.

Nell'anno della morte escono raccolte di racconti, già pubblicati in precedenza su vari periodici:

i Racconti fantastici risentono del modello di E. T. A. Hoffmann e di Edgar Allan Poe e si incentrano sull'interesse per lo spiritismo, i fenomeni para-psicologici, il "nero" ed il macabro.

Sono tutti temi tipici del Romanticismo nordico che in Italia aveva avuto poca diffusione a causa dell'opinione negativa della Chiesa Cattolica al riguardo.

Amore nell'arte vuol mostrare che l'amore e l'arte, soprattutto la musica, possono infrangere le barriere della vita e della morte.

Vi è anche un gusto per gli stati psicologici abnormi

Nel 1869 esce l'opera più importante : il romanzo Fosca completato dall'amico Salvatore Farina.

Caratteristica dell'opera è uno sperimentalismo che lo porta da un lato all'impegno sociale e politico tra le file della Sinistra storica, dall'altro all'esplorazione del fantastico, dell'abnorme, dal patologico, del macabro, sotto il segno dominante di un'attrazione per la morte come "Varco aperto sulle regioni del possibile".Lo scrittore morì prima di completare il penultimo capitolo che fu steso dall'amico Salvatore Farina.

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Il protagonista dell'opera, Giorgio, ufficiale dell'esercito,  è diviso tra due immagini femminili: Clara, donna bella e serena, con cui ha una relazione felice  e Fosca, femmina bruttissima interiormente, isterica, dalla sensibilità  patologica.

Fosca ha solo venticinque anni ed è la cugina del colonnello che comanda la guarnigione della piccola città dove Giorgio, da ufficiale, è destinato.

Nella cornice grigia della provincia si svolge la vicenda che è povera di eventi,ma  ricca di psicologia

A poco a poco Giorgio subisce il fascino di Fosca, senza potersene  liberare: tuttavia la donna muore dopo una spaventosa notte d'amore con lui ed il protagonista resta  contaminato dalla malattia della sua amante.

Il romanzo si muove su due piani:rivela un interesse per l'analisi del caso patologico, sulla linea del romanzo naturalistico (nel 1865 Edmond de Goncourt e Jules de Goncourt avevano già studiato un caso di isteria nel romanzo Germinie Lacerteux); dall'altro presenta la dimensione dell'orrore, dell'occulto e del "nero".

Fosca è  donna fatale, donna-vampiro che succhia la vita dell'uomo che cade vittima del suo fascino e gli trasmette il suo morbo.

Nella magrezza esasperata  evoca  simboli spaventosi come il teschio e lo scheletro,  immagini della morte.

Il protagonista subisce  il fascino tenebroso del decesso e sprofonda nell'autodistruzione.

Si crea  un'opposizione tra Fosca e Clara ( due donne da lui amate in modo totalmente diverso e due nomi con un  valore allusivo): quest'ultima  rappresenta, al contrario, l'attrazione per la vita.

In questa esplorazione dei "misteri della psiche", in cui

 Eros e Thanatos, ovvero Amore e Morte si mescolano,  il romanzo è  anticipazione delle tematiche decadenti  di Gabriele D'Annunzio.

Italo Calvino considerò "Fosca " un personaggio tra liberty e dannunziano emerso con un anticipo di  vent'anni in un mondo che non era ancora il suo".

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