Creatività italiana all'estero

Da piccola, come la maggior parte di voi, giocavo ai Lego.

Mi piacevano i secchielli: c’erano tantissimi mattoncini blu, rossi, gialli, bianchi e neri. Io avevo anche una scaletta grigia; un quadrato verde per il prato; due rettangoli blu per il mare o la piscina; quattro alberi, qualche fiorellino; due porte e sei finestre; dodici ringhiere e ruote. A volte costruivo un camper, altre volte una villetta multiproprietà con tanto di terrazzo sul tetto.

Questo succedeva perchè sono nata e cresciuta ad Asti. Ma che cosa avrei creato fossi cresciuta con lo stesso secchiello di Lego in un altro paese? Avessi visto per la prima volta il sushi a 5 anni e non a 20, avrei creato anche io una cosa simile a quella di questo utente?

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E se invece di Tokio, fossi nata a Manhattan? Forse anzichè una casetta in mezzo alla campagna astigiana, avrei costruito un grattacielo newyorkese come Sean?

Sean Kenney: New York City in LEGO

I Lego ti obbligavano in un certo senso ad essere creativo. Dovevi inventarti spazi, cambiare i mattoncini, individuare soluzioni alternative. Quando abbandonavi le istruzioni, tutto diventava un problema. Se mancavano le finestre, via ai mattoncini trasparenti. Se mancava il tetto, via alla copertura con i pezzi rossi. Se fossi cresciuta in un’isoletta greca, forse avrei costruito casette bianche senza tetto, ma avrei avuto sicuramente altri problemi.

I bambini hanno più o meno gli stessi mattoncini nel secchiello; gli scrittori hanno più o meno la stessa quantità di parole in testa; i musicisti le note nelle orecchie; la mamma gli ingredienti in cucina. Ma è come si assemblano tra loro, che fa la differenza.

Essere creativi significa questo. Significa trovare una soluzione ad un problema, assemblando pezzi già esistenti in modo geniale, mettendo alla luce una cosa nuova. Ma come viene influenzata la nostra creatività dal paese in cui viviamo?

Matteo Bittanti ci ha segnalato un articolo molto interessante pubblicato dal Rotman Magazine (University of Toronto’s Rotman School of Management). Adam Galinsky e William Maddux raccontano come il contatto con culture straniere riesca ad influenzare la nostra creatività, dimostrando che esiste un forte legame tra la produzione creativa ed il paese in cui viviamo o che ci da ospitalità.

Gauguin, Tahitian Women

Gauguin, francese di Francia, se n’è andato a Tahiti; il russissimo Nabokov ha scritto il suo bestseller in America; Haendel, tedesco, ha composto Il Messia durante il suo soggiorno in Inghilterra; Hemingway ed Ezra Pound sono partiti dall’America e sono arrivati a Parigi. Senza questi viaggi, senza queste contaminazioni, avremmo oggi gli stessi capolavori geniali?

Facile essere creativi in città come Parigi o New York - direte voi. In verità, qualsiasi sia la vostra meta, il viaggio vi metterà davanti ad un nuovo set dove vivere ed una nuova sceneggiatura da scrivere. Avrete così accesso ad infiniti secchielli di mattoncini: nuove idee, nuovi concetti, nuovi input.

Non è solo una questione di allargamento di confini mentali e fisici. Vivere in un altro paese significa letteralmente vedere altro.

Facciamo un esempio concreto. C’è uno scrittore che vuole ambientare il proprio romanzo a New York. Potrebbe farlo senza aver mai messo piede nella città, senza mai averla vissuta veramente? Forse sì: oggi abbiamo internet. Potrebbe leggere Nuok tutti i giorni, vedere le foto sul profilo Facebook degli amici, avere un’idea generale di Times Square via webcam. Ma difficilmente potrà capire che Manhattan è un’isola ed è circodata dal mare, che l’aria è realmente diversa, che sui tetti ci sono le cisterne dell’acqua e che il sapore della coca cola è più amaro, per esempio. Senza esserci mai stato, è come se avesse un secchiello da 100 pezzi, anzichè da 1 milione.

Il resgista e sceneggiatore Anthony Minghella (con Matt Damon, Gwyneth Paltrow e Jude Law) non sarebbe riuscito così bene nel film Il talento di Mr. Ripley senza un lungo soggiorno in Italia. Tra l’altro, l’amorale Tom Ripley (truffatore, assassino, chiaramente omosessuale) è a sua volta il prodotto di un’altra contaminazione, della scrittrice americana Mary Patricia Plaugman, meglio nota come Patricia Highsmith – che dal 1963 ha passato gli ultimi anni della sua vita proprio in Europa.

The Talented Mr. Ripley, ambientato in Italia

Vivere all’estero, anche solo per un periodo limitato, è un’esperienza forte non solo per un artista, ma per chiunque voglia misurarsi e trovare il proprio nuovo io. La maggior parte delle persone che hanno passato un periodo a New York, raccontano poi l’esperienza come un qualcosa che “cambia la vita”. Abitudini, concetti, valori ed atteggiamenti possono venire sostanzialmente modificati. Per quanto possa essere bellissimo vivere a New York, è comunque un atto di costrizione in una dimensione nuova, non nostra.

Pensate a quanto è stata traumatica la vostra prima lavatrice a gettoni. Avete preso i vostri panni sporchi, li avete portati a piedi fino in lavanderia, avete impiegato 30 minuti per capire come funzionava e che lavggio impostare. Poi avete abbandonato i vostri vestiti lì, senza alcuna custodia e garanzia di rivederli, siete tornati, li avete spostati dalla lavatrice all’asciugatrice, ed avete ancora aspettato almeno un’altra mezz’ora prima di riportarli a casa sani e salvi.

New York poi vi porterà inevitabilmente ad essere più creativi. A Milano ci sono tre linee metropolitane, a New York 24 (e 468 stazioni). Ci sono almeno cinque modi per arrivare a Chinatown se vi trovate a Williamsburg; mentre c’è solo un modo per arrivare a Zona Fiera da Porta Venezia. Anche solo per spostarsi, anche se avrete in mano mappa e guida, starà a voi essere creativi, trovare ogni volta una soluzione che vi permetta di risparmiare tempo.

All’estero si impara ad essere più aperti, flessibili, tolleranti, indipendenti, quindi più creativi – perchè dovrete cambiare il vostro modo di pensare e trovare soluzioni a problemi quotidiani che all’estero si ingigantiscono, sia per motivi di lingua che per motivi culturali. Anche lo sforzo di imparare l’inglese aumenterà il numero di associazioni tra idee e concetti. Ogni volta che parlerete in inglese, sarà un doppio sforzo creativo – perché oltre a dover essere chiari, dovrete anche trovare le parole giuste in un’altra lingua – cosa che con il passare del tempo, diventerà naturale.

Picasso, Les Mademoiselle D'Avignon

Nell’articolo Galinsky e Maddux ci ricordano un’altra cosa molto importante. Essendo all’estero, i comportamenti (compresi gesti e tono della voce) potranno assumere significati diversi. Per esempio, in Cina, se vi invitano a cena e lasciate cibo nel vostro piatto, è un segnale implicito ma chiaro di apprezzamento: chi vi ospita vi ha dato abbastanza da mangiare. Spostatevi ora in una famiglia americana e provate a lasciare del cibo. Lo stesso comportamento sarebbe preso come un insulto, una condanna del pasto: era disgustoso? era cotto male? era troppo salato?

Sono tutte regole non scritte, ma che imparerete presto, come la questione della mancia obbligata in America. Un aneddoto: uno dei miei primi mesi a scuola d’inglese a New York ho dato una pacca sulla spalla al mio compagno giapponese per complimentarmi con lui per il superamento di un esame. Non l’avessi mai fatto. Prendete nota: i giapponesi non amano il contatto fisico pubblico, è un segno di grandissima mancanza di rispetto della persona. Ecco allora, che coloro che vivono un’esperienza in un paese stranierio dovranno imparare presto a vedere lo stesso problema da prospettive diverse.

Notando le differenze di un’altra cultura, la personalità inevitabilmente è costretta a cambiare, perché adattandosi ad una nuova città, inizierà ad assorbire una nuova energia. Sta a voi assorbirla tutta, trasformandola in fiducia in voi stessi, ambizione, e creatività. Più sarete esposti a nuovi contatti, più l’esperienza sarà di impatto nella vostra vita.

Cupcakes a forma di spaghetti e polpette

Le cose cambiano se andrete all’estero per chiudervi in una comunità di connazionali, al riparo da usi e costumi diversi dai vostri, come le vecchie generazioni. L’italiana Bensohurst, la cinese Chinatown e la russa Brighton Beach sono solo alcuni esempi a New York – dove rispetttivamente ogni giardino ha una statuetta con Madonna o Padre Pio, il menù dei ristoranti è scritto esclusivamente in cinese, e per le signore la pelliccia è ancora uno status symbol irrinunciabile.

Leonardo Staglianò, nella sua introduzione al quartiere di Williamsburg dell’imminente guida This is Nuok, ci racconta:

(…) Williamsburg è tradizionalmente un quartiere di emigrati, italiani e polacchi su tutti. A New York un cittadino su cinque è nato all’estero. La forza e l’energia di questa città, e di questo quartiere in particolare, deriva dalla incredibile commistione di gente che lo abita. L’artista del blocco di ghiaccio ha studiato negli Stati Uniti ma viene dalle Bahamas. Il pensionato del giardino dei pupazzi era sudamericano. Lo chef di DuMont – il miglior hamburger della zona, se non della città – ha studiato in Francia, e nel suo ristorante la carne viene servita dentro una morbida brioche anziché nel solito panino standardizzato.

Tornando all’articolo del Rotman Magazine, i due autori ci lasciano con una riflessione conclusiva importante, che voglio riproporvi in versione originale:

Living in a different country may lead to the realization that every form of communication – from gestures to vocal tones to a simple smile – can convey different meanings and have different functions depending on the cultural context. Those critical months or years of turning bewilderment into understanding may instill not only the ability ‘think outside the box’, but also the capacity to realize that the box itself is more than a simple square, but is actually a repository of many creative possibilities.

Insomma, il segreto della creatività – New York, Timbuctu o Canicattì che sia – sta davvero tutto nella vostra capacità di diventare una spugna.

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