Ricerca della verità. La «dotta ignoranza».

Negli anni, si è prestata assidua attenzione, allo svolgersi delle «grandi mostre di Villa Olmo» a Como. Anno per anno in una qualche maniera si è cercato di lasciar traccia, nell’intento di conoscere, per quanto possibile, sia l’allestimento, sia la gestione: null’altro, in coscienza, si era in grado di capire per dotta ignoranza[1]. Concetto, «dotta ignoranza» che si riconnette esplicitamente a Socrate che «credette di sapere solo di non sapere». Rappresentazione mentale, «dotta ignoranza» che innanzitutto è il punto di partenza della conoscenza, come «il giusto atteggiamento del saggio di fronte alle forme del sapere, poi il metodo, che solo permette di aprirsi al mondo della conoscenza autentica e, infine, la consapevolezza del valore necessariamente parziale di ogni sapere positivo, che può solo avvicinarsi alla verità delle cose senza mai poterla raggiungere». Dotta ignoranza nell’omonima opera del 1440 precisata e approfondita in seguito: quale attività del Cusano, che si rivolge, oltre che all’ambito filosofico-teologico e matematico, anche a progetti di riforma politica.

In tutte le cose vediamo che sussiste per un dono divino un desiderio naturale di essere nel modo migliore che la condizione della loro natura consente e le vediamo operare a questo fine e disporre degli strumenti adatti. […] Tutti quelli che cercano la verità giudicano ciò che è incerto mettendolo in proporzione con il certo. Ogni ricerca è, dunque, comparativa, in quanto impiega come mezzo la proporzione. Il giudizio conoscitivo è facile, quando ciò che si indaga si può mettere a confronto con ciò che è certo, mediante una riduzione proporzionale approssimata. […] Ogni ricerca consiste, pertanto, in una proporzione comparativa, facile o difficile; perciò l’infinito come infinito, sfuggendo a ogni proporzione, è ignoto. Ma poiché la proporzione stabilisce insieme la convenienza e l’alterità in un’unica cosa, non può intendersi senza il numero. […] Per questo forse Pitagora riteneva che tutte le cose sono costituite e comprese per mezzo dei numeri.

Ma la precisione delle combinazioni nelle cose corporee e il congruo adattamento del noto all’ignoto, supera la ragione umana, sicché Socrate credette di sapere solo di non sapere, mentre il sapientissimo Salomone sosteneva che tutte le cose sono difficili e inesprimibili con il linguaggio. […] Se è così e se, come afferma il profondissimo Aristotele nella filosofia prima, anche nelle cose per natura più evidenti ci imbattiamo in difficoltà come uccelli notturni che tentano di vedere il sole, allora – se il nostro desiderio non è vano – ciò che desideriamo è sapere di non sapere. Se potessimo giungere a tanto, avremmo la dotta ignoranza. Nessun’altra dottrina più perfetta può sopraggiungere all’uomo (anche più diligente) oltre quella di scoprire di essere dottissimo nella sua propria ignoranza: e tanto più uno sarà dotto, quanto più si saprà ignorante. (Niccolò Cusano).

 

Fonte: goo.gl/7ruVnA

 


[1] La cosiddetta dotta ignoranza e la cosiddetta ignoranza invincibile.

  1. Per dotta ignoranza (significativa contraddizione: “dotta”/”ignoranza”) s’intende quella situazione in cui non si è mai ricevuto l’annuncio cristiano, per cui si è in uno stato d’ignoranza incolpevole, ma nello stesso tempo si desidera intimamente (ecco perché si parla d’ignoranza “dotta”) aderire alla Verità che purtroppo non si conosce.
  2. Per ignoranza invincibile s’intende invece quella situazione in cui si è ricevuto l’annuncio cristiano, ma lo stato d’ignoranza è tale (“invincibile” appunto) che non si può superare. Per esempio, un uomo semplice completamente condizionato dal contesto ambientale e culturale e che quindi non ha la possibilità di capire dove sta la verità e dove sta l’errore.