Uma Thurman ucciderà Bill
Eccezionale! Straordinario! Superlativo! Queste sono le parole che mi vengono in mente quando ripenso a Kill Bill, l’ultima fatica di Quentin Tarantino.
Premetto che quella che state per leggere è l’opinione di un profano, di un quasi neofita che di Tarantino ha visto solo la metà dei suoi film (cioè, due, se escludiamo la sua partecipazione a Four Rooms), e neanche un film di Bruce Lee o comunque un qualsiasi action-movie made in Honk Kong (che il nostro tanto ha osannato nel suo “quarto film”).
Perché allora mi permetto di scriverci sopra? Perché questo film è talmente fenomenale da far sgranare gli occhi anche a chi non coglie le miriadi di citazioni, riferimenti, omaggi che permeano la pellicola, figuriamoci che spettacolo può rappresentare per chi di questo genere ha fatto il suo pane quotidiano.
Ma ovviamente non mi rivolgo a costoro, che non hanno bisogno certo delle mie parole per correre a vedere qualcosa cui fremevano di assistere da tempo. Il mio invito è rivolto caldamente a tutti gli altri, tutti quelli che poco o niente sanno di Tarantino, sono diffidenti per qualsivoglia motivo nei confronti di questo film o sono anche semplicemente troppo pigri per accalcarsi a fare la fila per il biglietto. Date retta a me, non rimandate e andate subito ad apprezzare questo capolavoro e il genio del suo autore.
Tutto è grandioso, a partire da Uma Thurman, bravissima come non mai: ma non mi riferisco certo solamente alla sua destrezza nel maneggiare la katana, no, mi riferisco proprio alla sua bravura recitativa e alla sua espressività che veicola allo spettatore tutta la sua gamma di emozioni rendendolo partecipe del personaggio. Inoltre è stupefacente anche nei combattimenti.
I combattimenti: quelli sì che sono spettacolari. Orchestrati alla grande e coreografati alla perfezione. Ma qui devo però mettervi in guardia: se avete uno stomaco debole dovrete rinunciare alla visione di questo film. Ma, pur di impedirvi l’aprirsi di questa lacuna, vi posso dire che la violenza scorre sì a fiumi, ma in maniera così esasperata da rendere tutto lo splatter grottesco: dopo poco ci farete l’abitudine.
Inoltre l’eccesso di violenza ha apportato al film qualcosa di grandioso: un capitolo intero (sì, perché così è suddivisa l’opera) in animazione. Un capolavoro all’interno di un capolavoro, un gioiello di animazione giapponese che, tra scene sanguinolente, inquadrature, movimenti di camera, stile grafico e invenzioni, rappresenta tutto quello che non si è mai visto nell’animazione giapponese degli ultimi vent’anni.
E, a proposito, i fan del cinema nipponico troveranno pane per i loro denti. Non sembra affatto che alla regia ci sia una “testa calda” occidentale: non mi riferisco solo ai duelli di moderni samurai, quanto alla massiccia presenza di attori giapponesi (due dei quali presi direttamente da un altro capolavoro di quelle parti, Battle Royale) e al fatto che per buona metà del film si parli la lingua del sol levante.
Ovviamente non poteva mancare il commento sulla partitura musicale: brani che, tra remix e score originali, vi trascineranno da un momento all’altro del film senza permettervi mai di distrarvi.
Questo, ovviamente, anche per merito della trama, abbastanza semplicistica da poter essere giudicata solo un pretesto per i cruenti combattimenti; abbastanza trainante da poter tenere desta la vostra attenzione senza mai un attimo di noia fino al grandioso colpo di scena finale.
Che finale non è, visto che il film è suddiviso in due parti, delle quali la seconda uscirà a febbraio. Ma non temete: uscirete talmente pieni e soddisfatti dalla sala, che l’attesa di pochi mesi non vi peserà assolutamente neanche se siete degli impazienti all’ultimo stadio. E chissà cosa ci aspetta a breve. Come dire, il bello deve ancora venire.