Cosa ci inventiamo oggi per vendere?
Ho di recente letto un interessante post di Nicola Mattina che fa riflettere sulle nuove tendenze del marketing legato ai "commodities", i beni cioè di uso e consumo comune.
Non pochi marketer, infatti, ricorrono a mezzi che definisco "non convenzionali" pur di far emergere dall'anonimato o far spiccare dall'abitudinario questo o quel prodotto.
Tra i mezzi di cui sopra c'è il ricorso "all'aura di scientificità" per attribuire poteri e qualità a prodotti che in realtà non ne hanno per niente, o quasi.
Le aziende sono pronte a coniare neologismi evocativi, a sventolare (frettolosamente però, affinchè nessuno possa leggere attentamente e scorgervi i se ed i ma) test clinici, ricerche scientifiche etc.
Trattasi di stratagemmi commerciali che potevano sortire qualche effetto venti, trent'anni fa, forse.
Il livello culturale degli italiani nel frattempo è migliorato; i consumatori si consultano sul Web, pronti a sbugiardare chiunque; la Rete consente in tempo reale di verificare e reperire informazioni su presunti principi attivi e molecole miracolose.
Eppure certe aziende perseverano nel ridicolo.
Sì perchè difficilmente riescono a superare l'infallibile prova empirica dei consumatori.
Altro esempio. E' di questi giorni lo spot di una nota linea di alimenti per l'infanzia. La protagonista è un noto volto della pubblicità (potrei citare almeno venti spot con la sua faccia, trasmessi negli ultimi 5-6 anni) e come me la ricorderanno in tanti. Ella, con look da scienziata (camice bianco ed occhialini da vista) interpreta il ruolo di una madre-lavoratrice alle prese con l'alimentazione dei figli in crescita, ed elogia - ovviamente - l'azienda che la produce, che è la stessa per la quale lei lavora.
Tuttavia (e spudoratamente) il copywriter di turno, sottovalutando la memoria visiva dei telespettatori, le ha comunque messo in bocca una battuta finale rendendo ancor più inverosimile lo spot: "Da ricercatrice e da mamma io li consiglio".
Non pochi marketer, infatti, ricorrono a mezzi che definisco "non convenzionali" pur di far emergere dall'anonimato o far spiccare dall'abitudinario questo o quel prodotto.
Tra i mezzi di cui sopra c'è il ricorso "all'aura di scientificità" per attribuire poteri e qualità a prodotti che in realtà non ne hanno per niente, o quasi.
Le aziende sono pronte a coniare neologismi evocativi, a sventolare (frettolosamente però, affinchè nessuno possa leggere attentamente e scorgervi i se ed i ma) test clinici, ricerche scientifiche etc.
Trattasi di stratagemmi commerciali che potevano sortire qualche effetto venti, trent'anni fa, forse.
Il livello culturale degli italiani nel frattempo è migliorato; i consumatori si consultano sul Web, pronti a sbugiardare chiunque; la Rete consente in tempo reale di verificare e reperire informazioni su presunti principi attivi e molecole miracolose.
Eppure certe aziende perseverano nel ridicolo.
Sì perchè difficilmente riescono a superare l'infallibile prova empirica dei consumatori.
Altro esempio. E' di questi giorni lo spot di una nota linea di alimenti per l'infanzia. La protagonista è un noto volto della pubblicità (potrei citare almeno venti spot con la sua faccia, trasmessi negli ultimi 5-6 anni) e come me la ricorderanno in tanti. Ella, con look da scienziata (camice bianco ed occhialini da vista) interpreta il ruolo di una madre-lavoratrice alle prese con l'alimentazione dei figli in crescita, ed elogia - ovviamente - l'azienda che la produce, che è la stessa per la quale lei lavora.
Tuttavia (e spudoratamente) il copywriter di turno, sottovalutando la memoria visiva dei telespettatori, le ha comunque messo in bocca una battuta finale rendendo ancor più inverosimile lo spot: "Da ricercatrice e da mamma io li consiglio".
Se poi l'attrice professionista sia - nel corso degli anni - diventata una ricercatrice per davvero (come la web designer raccontata da Nicola) non mi è stato ancora possibile saperlo, ma lo trovo francamente improbabile.